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1 dicembre 2007

“Mia bella, tutta la struttura”

Mia bella, tutta la struttura,
tutta la sua sostanza mi va a genio,
tutta arde dal desio di farsi musica
e tutta è bramosa di rime.

Ma nelle rime si spegne il destino
e la dissonanza dei mondi fa ingresso
come una verità nel nostro piccolo mondo.

E la rima non è replica di righe,
ma gettone per la guardaroba,
cedola per un posto accanto alle colonne
nel brontolio d’oltretomba di tuberi e grembi.

E nelle rime respira quell’amore
che qui si sopporta a fatica,
dinanzi al quale aggrottiamo le ciglia,
corrugando la radice del naso.

E la rima non è replica di righe,
ma permesso d’entrata per dare,
come un mantello in cambio d’una placca,
il pesante fardello dei mali,
la paura del chiasso e del peccato
in cambio della sonora placca del verso.

Mia bella, tutta la sostanza,
tutta la tua struttura, mia bella
mozza il fiato e sospinge al cammino
e sospinge a cantare e diletta.

A te innalzò le sue preghiere Policleto.
Le tue leggi sono promulgate.
Le tue leggi nelle distanze degli anni.
Tu mi sei nota da tempi lontani.

1932

Boris Pasternak, Poesia Russa del 900, Feltrinelli, 1960.
A cura di Angelo Maria Ripellino.
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5 novembre 2007

Capitolo trentaquattresimo

“Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale; quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era solo il suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, chè, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.”


Alessandro Manzoni, “Promessi sposi”.
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28 ottobre 2007

Cometa

Su Sirio
Ci sono bambini.

Federico Garcia Lorca, Poesie, Guanda, 1963.
Traduzione di Carlo Bo.
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10 ottobre 2007

da “Don Pasquale”

“Ti amo” cantava una donna saporosa,
più della neve bella e bianca.
E dai rami del bosco porgeva una rosa
alla mia mano già tremula e stanca.

I notturni alberi brillavano
dell’acciarino del suo dolce canto.
Come uno sciocco augusto mi inebriavo
di questo candido incanto.

Colombe d’argento occhieggiavano meste
tra le foglie malate.
come un vecchio ispettore delle foreste
mi appoggiavo ad un ceppo di pistacchio selvatico.

La giovinezza perduta si risvegliava,
gli insetti non avevano pace,
un’azzurra libellula un valzer ballava,
come nella Volpe furba di Janacek.

Col suo brèkete brekète un insolente ranocchio
mi derideva. Ma chiara come una stella
baluginava la donna ai miei occhi,
più della neve bianca e bella.

Angelo Maria Ripellino, Lo splendido violino verde, Einaudi, 1976.
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7 ottobre 2007

Paul Eluard

Ripetizioni
accanto al sonno esigente

L’occhio a forza di spazio e di fulgore deliranti
L’occhio fa vivere e più lontano scorre il piombo del corpo

La barca della bocca è guidata dalla lingua
Muta tutta umida illumina i flussi

Le grandi mani non conoscono il loro potere
E le loro spighe coprono la pelle con le messi
Dita di lampeggianti carezze ricami fulvi
Tra i palmi delle mani insorgono seni e natiche

Di notte tra gli occhi di giorno tra le gambe
È la stessa gola che in un attimo s’incendia

Un tesoro assurdo un fiotto di diamanti
Scatena l’uragano e lacera le reni

È la mano ignara e la lingua in accordo
Per la prima volta sotto un cielo femminile

E il centro del corpo che definisce l’uragano
Equilibrio di ragione per pesare la vita

Sei tu sono io siamo doppi nei nostri sogni.


Paul Eluard, Ultime poesie d’amore, Einaudi, 1965.
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3 ottobre 2007

il libro dell’amante e dell’amato

136) L’Amante diceva al suo Amato diletto che doveva mostrargli il modo di farlo conoscere, amare e celebrare dalla gente. L’Amato riempì l’Amico di devozione, pazienza, carità, tribolazioni, pensieri, sospiri e pianti. E nel suo cuore venne l’audacia di celebrarlo e sulla bocca la lode del suo Amato e nella sua volontà il disprezzo della mormorazione delle genti che giudicano falsamente.

Raimondo Lullo, il libro dell’amante e dell’amato, Città Armoniosa, 1978.
Tradotto da Vera Passeri Pignoni.
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