Avrò forse bevuto
anch’io un po’ di liquido
amniotico (quello che gli uomini
chiamano speranza)
perché ancora amo
sorrido, pazientemente
ogni giorno levigo
un ciottolo
come fa sempre
il mare sulla riva
e sul fondo.
Giuseppe D’Alessandro, Il tamburo di sabbia, Rusconi, 1978.
*
24 ottobre 2007
Speranza
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16 ottobre 2007
Poesie d'Amore
Quando tutti i verbi umani avranno infranto nelle mie
dita il loro vetro
E la mia lingua e il mio inchiostro saranno inariditi come
una stazione sperimentale per razzi interplanetari
E i mari non si saranno lasciati dietro che il candore
accecante del sale
Così che il sole abbia sete e la luce oscilli su quel pavimento
di cristallo
Lo scisto spento il firmamento amorfo e l'essere per
sempre spossato dalle mutazioni
Io inventerò per te la rosa
Louis Aragon, Poesie d'Amore, Crocetti, 1986.
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14 ottobre 2007
IL LOGOS NELLA QUINTA STRADA
ISettembre e la Quinta Strada hai detto,
lo hai quasi detto come se fossimo morti:
poi, come ripensandoci, ancora hai domandato:
“E’ d’amore la prima parola che nasce,
il nostro parlare è tutto amore, ogni parola
quindi, come una gentilezza o una benedizione?”
il cuore, dunque,
è chiamato così perché noi amiamo il cuore?
Oppure è stato il cuore a farsi una parola?
Assurdo: noi cerchiamo un perché, poi ci scopriamo
Perduti in un assurdo algebrico.
La bufera tra noi o, sui giornali,
innovazioni nella moda degli abiti,
la donna senza petto o l’uomo senza sesso –
dio, come si fa insipida questa nostra vicenda
se questo è quello che si trova in fondo
a ciò che dio iniziò! L’angoscia, hai detto?
Angoscia ingiusta o divina?
Suona, suona
Canzoni da juke box di questo giorno inverso,
le cose da dar via, da dire di sfuggita,
non ricordare il cieco che tenta col bastone
e non vedrà mai più l’azzurro dell’autunno,
il ragazzo che vende alla pioggia i giornali bagnati,
il Gran Consiglio di Amministrazione, con perdite e profitti:
fuggi da ciò, cerca di liberarti, ma il dolore,
l’angoscia resteranno.
E dev’essere così,
così dev’essere. Cosa saremmo noi
se non fossimo – e sempre – sradicati,
se soffia il vento, insieme a ogni albero,
se non fosse spezzato il cristo in noi?
Cosa faremmo
Per la quarta, la quinta, la celeste strada
E non sperando in una ricompensa
O in vanitose carità
Ma con vera umiltà, di quella vera?
Guarda il carrubo, coi rami spezzati,
lo ha ucciso la tempesta. Guarda
le foglie macilente coperte di fuliggine,
soffri con la radice premuta
e contorta sotto il fetido asfalto!
Vieni via,
abbiamo due poltrone per la nuova commedia,
i Gigli di Gomorra, Le Campane di Sodoma,
lasciamo per domani ogni malinconia.
Conrad Aiken, Il Logos nella Quinta Strada, Guanda, 1964.
La traduzione è di Roberto Senesi e Francesco Vizioli.
Costava duemila lire.
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5 ottobre 2007
Campi d’alopecia
ma
la teniamo scritta infronte e descritta
la nostra sicurezza a sfoglia di cipolla
e per non lagrimare in sua presenza
s’innalzano i cessi della coscienza
diciamo
che qui ti aspettavo proprio qui
nel campo di mine da cui tiriamo gli occhi
come i piedi d’acqua bollente
passando dinanzi al preistorico obelisco
che ci ritrae in preda al futuro anteriore
nel campo dove i secoli con le loro bandiere
riparlano la lingua dell’arto fantasma
e dove la vita continua in verticale
ad essere il lapsus del suo stesso sogno
inteso nel senso di sogno. Come non detto.
Lino Angiuli, CAMPI D’ALOPECIA, Licata, 1979.
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Flegree frane
Notti e notti spese a cercarti,
fiati e sguardi si arrampicano su
vestiti d’ogni forma e colore,
senza età il mio dolore si sofferma
a solidarizzare con le cose destinate
a consumarsi, ruvido il mio pensiero
esaspera-persuade, transitoria
lusinga, lume combattuto: ma
le affannose folate non si arrendono
e la perdita è permanente.
Cerco di sciogliere la tua figura
dai fili, dal rancore, dal freddo che
la tengono avvinta, mando da lontano a te,
da lontanissimo, un lampo, un gutturale
suono, sfida all’occhio abissale
delle flegree frane.
Michele Sovente, Cumae, Marsilio, 1998.
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