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25 novembre 2007

“Le ragazze, quelle che camminano”

Le ragazze, quelle che camminano
con stivali di occhi neri
sui fiori del mio cuore.
Le ragazze che abbassano le lance
sui laghi delle proprie ciglia.
le ragazze che lavano le gambe
nel lago delle mie parole.
1919-21


Angelo Maria Ripellino, Poesie di Chlébnikov, Einaudi, 1968.
*
Eravamo in tante, ieri.
Tutte bellissime.
*

11 novembre 2007

Figura del paladino

La mia storia di prode
Sui portelli dei carri rusticani
La puoi leggere ancora,
se ne parla d’estate.

Come Buovo d’Antona
ho vinto senza spada,
ho riso nella piazza
con una fascia rossa alla cintura.

Come Buovo d’Antona
m’hanno fatto un incanto,
dormo sul petto e non mi so svegliare,
sono tradito e non saprò da chi.

Gesualdo Bufalino, L’amaro miele, Einaudi, 1989.
*

Postille

Il poeta… C. Z.,
stanco della vita mondana,
non sognò più che una mèta:
la vita tranquilla.
E si ritirò
in una sua bellissima villa
in Toscana.
Solo, colla sua servitù,
si rinserrò là dentro
per non uscirne più.

I suoi servitori
vestivano, a festa di dentro,
a lutto di fuori.

A lato del cancello,
al posto del solito cartello
e del solito nome col solito campanello,
vi fece murare, come coi morti s’usa fare,
una lapide bianca, di marmo,
su cui era scritto così:
Qui vive
sepolto
un poeta.

E vi si seppellì.

Ma il giorno seguente
due camerieri
accorron dal loro signore
affannati e stravolti.
- Che c’è?
- Signore!
- Signore!
- Sapete?
- Sapete?
- Che cosa?
- Là fuori, al cancello…
sul marmo ov’è scritto: qui vive,
sapete? Accanto alla parola: poeta…
C’è scritto…
- C’è scritto?
- Una brutta parola signore.
- Sentiamo.
- C’è scritto… imbecille.
- Oh!... Dio…
(Sarà forse passato
un mio compagno antico,
qualche collega, qualche vecchio amico)
Restate tranquilli,
non son che… postille…
- E sotto, piccino, piccino,
c’è scritto: cretino.
- (Ormai giunto alla mèta
non voglion risparmiare
neppure l’ultimo verso
al povero poeta)
Restate tranquilli,
non son che postille,
lo scrivon più o meno a tutti i cancelli
di tutte le ville.
- Signore!
- Signore!
- Avanti, sentiamo.
- In grande su in cima,
vicino a: qui vive, c’è scritto: un pazzo,
e dopo la parola: poeta, c’è scritto: del cazzo.
- Postille! Postille!
- E dopo: coglione,
c’hanno scritto col carbone.
Vivo o morto è lo stesso,
caro poeta,
sarai sempre un fesso
.
- (E’ l’eco del mondo dove più non vivo,
Sono i vari pareri sul libro che non scrivo).
Restate tranquilli v’ho detto.
- Nell’angolo in lapis violetto:
Quale insperata mèta!
un manicomio sì grande,
per sì piccolo poeta!

- (Postille al frontespizio
del libro che non scrissi,
dell’ultimo poema
che solamente vissi)
- Buffone!
- Ruffiano!
- Maiale!
- Dopo la parola poeta.
- Benone!
(Mi giungono le voci quassù
come se leggessi il giornale
che non leggo più)
- Stupisci o passeggero!
Per un pazzo solo
Un manicomio intero!
- Questa è la tomba
del poeta bomba.

- E in lapis copiativo…
- E in lapis copiativo?
- Pederasta passivo.
- Ma bene, benone!
- Dovranno lavare col sangue
gl’insulti, i signori passanti!
- Sapremo appostarci e col nostro pugnale
ficcargliela in gola,
ad ognuno,
la propria parola.
- Pianino, pianino ragazzi,
pianino col sangue!
Tenete la chiave dell’armadio grande,
prendete il bacile d’argento
a putti e ghirlande,
(serviva a nettare le labbra e le dita
dei convitati alla fine dei pranzi
quando il poeta era in vita)
dell’acqua, una spugna,
ed ogni mattina,
nella vostra opera di pulizia
il primo lavoro sia quello:
lavare bene bene la lapide al cancello,
senza sgarrare,
non c’è altro da fare.
- Col sangue
dovranno lavarla i passanti!
- Col sangue!
- Mi sembra che l’acqua
sia un lavacro più spiccio,
col sangue, miei cari,
finireste per fare
un curioso pasticcio.
- Vigliacchi! Sfregiare una tomba!
- Insultare un sepolto!
- Lo sanno lo sanno
che sotto quel marmo c’è un morto che ode,
non spunterebbero il lapis con tanto affanno,
o avrebbero lode;
i morti, di solito, li lodano molto
o li lasciano in pace;
prima della parola: sepolto,
là fuori, c’è scritto: qui vive, non giace.

Già i morti di fronte,
giganteschi santi
dai manti turchini
che gli scendono giù ampi
in morbidi inginocchiamenti,
s’apprestano a cingere l’aureola abituale,
e immobili nei loro inchini
aspettano il passaggio del sole.
Tremulano nell’aria
Gli ultimi gorgheggi degli usignoli.
I rami sporgenti dai muricciuoli
scuotono rosei fiori
sulla via bianca polverosa
della campagna silenziosa.
Due servitori in livrea di strettissimo lutto
aprono un grande cancello.
E con spugna e bacile
lavano bene bene un cartello di marmo
dappertutto.
Guardan dipoi su e giù per il viale
a dritta e a manca
prima di rientrare:
“la lapide è bianca,
signori passanti,
la vostra parola ci manca,
avanti! avanti!”

Aldo Palazzeschi, Poesie, Vallecchi, 1925.
*

4 novembre 2007

da Giovane è il tempo

Se hai premuto nel sogno
la mano contro il mio petto
una orgogliosa cavalla
s’impenna
vuole libere strade
e sterminate pasture

Lalla Romano, Poesie, Einaudi, 2001.
*

17 ottobre 2007

18.

Tra una moltitudine di automobili
tra migliaia di giacche vuote
appese fuori sui muri
una giovane donna sorrise
un triciclo passò carico di azalee
balenarono rossi i falli delle statue -
dunque non è impostura la poesia.

Catania, 29.V.76


Ghiannis Ritsos, Trasfusione, Einaudi 2002.
Tradotto da Nicola Crocetti.
*

14 ottobre 2007

Collected Poems

Tale e quale lo diceva la Edith Sitwell: "Some notes on may own poetry"

“(…)
Il ritmo costituisce uno dei fondamentali punti di giunzione fra sogno e realtà. Si può dire che il ritmo è, nel mondo dei suoni, ciò che la luce rappresenta nel mondo delle immagini. Esso plasma e provoca significati nuovi. Schopenhauer dice che il ritmo è una musica priva del suo tono. Quel grande architetto che è Le Courbusier dice che “il risultato dell’Età della macchina è anche un risvegliarsi in noi di organi nuovi, di un diverso diapason, di una nuova visione”. E parlando di gente che ode il rumore provocato da un certo tipo di macchine, disse che “il rumore era così totale che sembrava perfino plausibile un mutamento imminente al nostro apparato auditivo.” Bisognava dunque trovare nuove espressioni ritmiche che si adattassero all’incalzante rapidità del nostro tempo.”

Edith Sitwell, Il Cantico della Rosa, Guanda, 1970, a cura di Lina Angioletti.
*

10 ottobre 2007

E così,

assolutamente convinte che ci stesse proprio a fagiuolo,
ce ne siamo andate al teatro della Cometa a vedere
“L’osso d’oca – ultimi giorni di Puccini a Bruxelles”.
Bello, bello, c’è piaciuto un bel parecchio.
C’è quel pezzo dove il giornalista dice che il poeta
deve scrivere perché lui non sa cosa scrive ma il lettore,
invece si.
Bello. Bellobello. Bello.
*