Mi sveglio in piena notte.Mizuhara Shuoshi, 1892-1981.
Sulle sopracciglia
la Via Lattea.
*
E' tornata la Signora Nonna di Jour-jo T..
Ho avuto molto da fare.
Buon Natale.
*
Mi sveglio in piena notte.Mizuhara Shuoshi, 1892-1981.
Sulle sopracciglia
la Via Lattea.
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Gli alberi, mi domando.Robert Frost, Conoscenza della notte, Mondadori, 2001, la traduzione è di Giovanni Giudici.
Perché vorremmo sentire
Il loro fruscìo per sempre
Più di ogni altro rumore
Vicino a dove abitiamo?
Nel giorno noi li subiamo
Finché ogni misura di moto
E di fissità nella gioia
Perdiamo, e ascoltiamo assorti.
Son essi quel che di andare
Parla e mai non si muove;
e tuttavia ne parla benché sa,
crescendo nel senno e negli anni,
che adesso intende restare.
Punto i piedi sul pavimento,
sulla spalla reclino la testa,
se a volte li osservo ondeggiare
dall’uscio o dalla finestra.
Per qualche dove io partirò,
l’inquieta scelta farò
un giorno che stormiranno
agitati da far trasalire
le bianche nubi su loro.
Io avrò meno da dire,
ma me ne andrò.
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E certo molte cose ancora
vogliono da me il loro canto.
Ciò che rintocca senza verbo,
ciò che scava nel buio la pietra sotterranea,
ciò che si apre una strada nel fumo.
E ancora non ho fatto i conti,
con la fiamma, col vento, coll’acqua…
Per questo nel dormiveglia
mi si aprono ad un tratto strane porte,
che mi indicano la stella mattutina.
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Si mette tutto insieme nel wok con un po’ d’olio.
Non c’è bisogno di salare.
Si aggiungano foglie di maggiorana.
*
Congiuntivo a pioggia.
*
Il piatto di rinforzo potrà consistere in una zuppa di cipolle rosolate
in tegame con sesamo e curry.
Ci vuole coraggio in ogni menù.
Qualora non si raggiunga la tonalità di colore prescelta,
si potrà ovviare e correggere a mezzo bustina di zafferano.
*
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Da bambino sapevo:Erich Fried, E’ quel che è, Einaudi, 1996.
Ogni farfalla
che salvo
ogni lumaca
e ogni ragno
e ogni zanzara
ogni forbicina
e ogni lombrico
verranno a piangere
quando sarò sepolto
Una volta salvato da me
nessuno dovrà più morire
Tutti verranno
alla mia sepoltura
Quando diventai grande
riconobbi:
E’ assurdo
Non verrà nessuno
sopravviverò a tutti loro
Adesso da vecchio
domando: Se io
li salvo proprio fino alla fine
ne verranno magari due o tre?
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Pensavo di camminare girando e girando uno spazio
Assolutamente vuoto, assolutamente una sorgente
Dove il castagno adorno aveva perso il suo posto
Nella nostra siepe sul davanti sopra le violacciocche.
Schegge bianche saltavano e saltavano e schizzavano alte.
Sentivo il taglio curato e differenziato
Dell’accetta, lo schianto, il sospiro
E il crollo di quello che era stato lussureggiante
Attraverso i percossi resti e frantumi di tutto quanto.
Piantato a fondo e da molto andato, mio coetaneo
Castagno da un vasetto di marmellata in un buco,
La sua massa e quiete diventate un lucente non luogo,
Un’anima ramificante e per sempre
Silenziosa, oltre ascoltato silenzio.
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quanto al futuro aspiriDario Villa, Tutte le poesie, Sipiel, 2001.
a conseguire una banalità
tale da poter dire
la vita non è il cinema o la vita
è cinema tanto fa lo stesso
tanto
comunque vada
continuerai ad esser convinto
d’avere come minimo
un’anima
però davvero grande
oh talmente profonda
che se anche non l’avessi
non ci sarebbe alcuna differenza
Pubblicato da EL alle 07:51 0 commenti
(…)Khyentse Norbu, Sei sicuro di non essere buddhista?.
"Come nel caso della molteplicità di farmaci necessari a curare le diverse malattie, esistono molti metodi per arrivare al risveglio, ognuno dei quali si adatta ai diversi tipi di consuetudine, di cultura e di atteggiamento."
(...)
“Sicuramente vi succederà ancora di essere turbati oppure emozionati, tristi, arrabbiati o impetuosi, ma avrete la disinvoltura di chi al cinema, si distacca dal dramma rappresentato perché capisce che è soltanto un film. Paure e speranze per lo meno saranno mitigate, come quando si ammette che il serpente è soltanto una cravatta.”
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Io volevo una vita sganciata dal bene e dal male
perché nemmeno il bene doveva avere un nome.
fosse un’essenza pura come l’aria di montagna
che alimenta i polmoni di rapaci e di santi.
Il giudizio (o condanna) dovrebbe essere implicito.
Se ci vuole La Legge ognuno rispetti la sua
e vada leggerissimo, portando in sé
un tribunale di foglie intrecciate.
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In quella città bella e lontana
nel cortile ricoperto d’erba
ogni cosa cantava
la gente danzava.
disse: Va’ dalla puledra, invitala a ballare.
Io ero timido.
disse: Se pèrdono i poeti
non vince il mondo.
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“La primavera, scrive, l’ho incontrata sulla cima di un ciliegio a grappoli, proprio sulla cima dell’albero, vicino a Char’kov. Tra due paia di occhi si allungava la tenda dei fiori. Ogni movimento dei rami mi copriva dei fiori. Più tardi una notte ho osservato il cielo stellato dall’altezza del tetto di un treno passeggeri dopo aver pensato un po’ mi sono addormentato senza pensieri, avvolto nel grigio mantello dei fanti di Saratov.Paolo Nori, Pancetta, Feltrinelli, 2004.
Quella volta noi, abitanti del ponte superiore, fummo avvolti dal nero ciliegio a grappoli del fumo della locomotiva, e quando il treno per un qualche motivo si fermò in un campo vuoto ci buttammo tutti a fiume a lavarci, e come asciugamani godemmo delle foglie degli alberi dell’Ucraina.
Nu, kakoj teper Petrograd! Ma che Pietrogrado, adesso!
Teper’-Vetrograd! Adesso, Ventogrado, scherzavan sul treno, quando d’autunno tornammo dalla Neva.”
Pubblicato da EL alle 11:56 0 commenti
Il giorno, quando tornaDunya al-Amal Ismail, “In un mondo senza cielo” Antologia della poesia palestinese, Giunti, 2007.
circonda quanto dolore ti resta nell’anima,
una nube negli occhi, ancora
guarda al suo splendore.
sbatti la porta dietro la tua vita
alzandoti dalla pigra solitudine
- forse dalla cornice un sospiro ti risponde
senza spargere sangue
oppure è il tuo cuscino a svegliarsi dai sogni.
La tua voce ti sorprende, la tua immagine, le dita delle mani
i passi nel corridoio della casa.
Dici forte:
questa non sono io.
Pubblicato da EL alle 11:54 0 commenti
V
Commerciare legna è attività comune in montagna. Si tagliano i tronchi di abeti.
Cataste da ridurre in lamine e trucioli.
In uno di quei magazzini era entrato una volta un gufo
reale, forse inseguendo un topo.
Venne trovato il giorno dopo infarinato di polvere, stupefatto.
Pubblicato da EL alle 08:13 0 commenti
Caro Ferraio,
la cocente disillusione seguita alla improvvisa scomparsa di interesse
per la serie del medico dei mentitori, mi ha cucito le dita.
Non ricamo la brina di questo mite inverno e poco cuocio.
Si diceva quindi che le questioni son sempre le stesse.
Eppure a ben guardare, l’aspra incapacità del Dottore di gestire il mondo
animale mi ha davvero lasciata di stucco.
La scarnificazione scientifica
è un pensiero assai troppo per me mutevole
e invero
a franco compenso di un pur scabro malumore
la Veronica Mars mi ha recato speranza
e risoluzioni e provvidenziali aspettative
e insomma, sempre quella storia del futuro migliore.
*
La sua giovinezza spavalda, il suo ergersi pallida
le cataste di rottami e tutto il vecchiume
mi han condotto serena a scoprire anche l’ultimo intrigo.
C’era quella volta quindi, un Castello di tutti quelli cattivi
– bada bene che son sempre i soliti
quelli già noti persino a se stessi -
e così poi in un lampo di 4 - 5 scenografie,
la impavida bionda ha svelato il funzionamento del karma:
pulisci, pulisci, il marciume sempre affiora.
Ripulisci e va avanti, la macchia diventa sempre più piccola.
Insomma, in breve: mi dice la giovane fronda, l’inverno contiene i germogli.
*
Non Ti nascondo, Fardello mio Caro, che ho pensato fosse uguale et identico,
a quel fatto un po’ increscioso un po’ bruttino, dove appariva il Tale
Gran Capo dell’Ordine degli Acclarati Correggitori che intervenendo
di proprio ferreo pugno, andava attrezzando gli scontenti manipoli
di alcuni afantasici miserelli spalatori
un accumulo plumbeo di scipite volitanti creature offuscava le nubi
non si rotava nemmeno una roccia
e poi in fitto susseguirsi di imperativi fritti e rifritti:
Rimuovi la frutta dal ramo, spolvera, lucida, conserva.
Sostituisci! Sostituisci! Poi meglio custodisci:
racchiudi in vasetti. Bolli il tutto e asciuga la via.
Accatasta in bell’ordine e gramo ritorna al nido tuo scarno
Insomma e per ogni tacco, cos’altro c’era da indire?
E' piovuto, le cose son fatte
il gingko s’è spogliato d’un botto giù tutto
se arrivi di prescia segui il giallo tappeto
Ti attendo, saluto e bacio in segreto.
*
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La tenerezzaStefano Moretti, Gattaccio randagio, Einaudi, 1980.
(…)
La pioggia ha ripulito questo labirinto
di condomini nuovi, che a scacchiera
e in diagonale si allineano identici,
lucidando le piazzuole incementate,
le aiuole piene di erbacce e i lampioni
a fungo che bianchi illuminano il fango
degli ultimi prati cintati per altre costruzioni,
ma ancora più tetra ha reso questa città
deserta, assurdi questi muri di piastrelle
che, gelidi, sembrano voler nascondere
qualcosa, mascherare dietro la nuova
patina vecchie violenze.
In un balcone come tanti, tra finestre
spente, mi indica la sua casa: solo
una tenda di plastica e, nell’angolo, mossa
da un alito di vento che qui non si sente,
una pianta di limoni, lo differenziano
dagli altri, spogli, o con qualche nero armadio accampato.
Quella pianta che lieve si muove
dice l’ansia di benessere, le cure
di una vita che ha strappato povere conquiste
e ora, sopravvissuta ai geli di un lungo inverno
ricomincia a fiorire, timida timida.
(…)
Improvvisamente solo, si stringono i fili,
le maglie di una rete fatta di corpi
che appaiono e scompaiono nel breve volgere di ore,
ciascuno come un amo che entra dolcemente,
passeggera lusinga, poi strappa dentro
appendendo ad un filo di disperazione.
Ogni corpo la sua legge, un suo codice
che a me storpia la vita, ogni ora come
un tempo infinito lascia un segno: la notte
si perde ammaliata dalle infinite possibilità
di vivere questo tempo esausto e incerto
con una voglia nuova, vecchia come il mondo.
Quasi una moralitàUmberto Saba, Antologia del “Canzoniere”, Einaudi, 1963.
Più non mi temono i passeri. Vanno
vengono alla finestra indifferenti
al mio tranquillo muovermi nella stanza.
Trovano il miglio e la scagliuola: dono
spanto da un prodigo affine, accresciuto
dalla mia mano. Ed io li guardo muto
(per tema e non si pentano) e mi pare
(vero o illusione non importa) leggere
nei neri occhietti, se coi miei s’incontrano,
quasi una gratitudine.
Fanciullo,
od altro sii tu che mi ascolti, in pena
viva o in letizia (e più se in pena) apprendi
da chi ha molto sofferto, molto errato,
che ancora esiste la Grazia, e che il mondo
- TUTTO IL MONDO – ha bisogno d’amicizia.
Pubblicato da EL alle 10:19 0 commenti
Dammi, Tu che sei nelle tenebre, queste cose:Irving Layton, Le poesie d’amore, Piovan, 1983.
Le bianche ginocchia di una donna
I begli occhi di una donna
Le sue calde cosce levigate
L’amplesso nuziale
Il primo sguardo d’amore
Un uccello, passero o colomba,
Un viso senza inganni.
Un fiore qualsiasi, una rosa,il delirio della creazione
Il fremito della pietà
- Il resto è prosa.
Pubblicato da EL alle 06:45 0 commenti
Etichette: isomaltosio
Mia bella, tutta la struttura,
tutta la sua sostanza mi va a genio,
tutta arde dal desio di farsi musica
e tutta è bramosa di rime.
Ma nelle rime si spegne il destino
e la dissonanza dei mondi fa ingresso
come una verità nel nostro piccolo mondo.
E la rima non è replica di righe,
ma gettone per la guardaroba,
cedola per un posto accanto alle colonne
nel brontolio d’oltretomba di tuberi e grembi.
E nelle rime respira quell’amore
che qui si sopporta a fatica,
dinanzi al quale aggrottiamo le ciglia,
corrugando la radice del naso.
E la rima non è replica di righe,
ma permesso d’entrata per dare,
come un mantello in cambio d’una placca,
il pesante fardello dei mali,
la paura del chiasso e del peccato
in cambio della sonora placca del verso.
Mia bella, tutta la sostanza,
tutta la tua struttura, mia bella
mozza il fiato e sospinge al cammino
e sospinge a cantare e diletta.
A te innalzò le sue preghiere Policleto.
Le tue leggi sono promulgate.
Le tue leggi nelle distanze degli anni.
Tu mi sei nota da tempi lontani.
1932
Pubblicato da EL alle 14:22 0 commenti
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