Era segreto il cammino, favoloso di tristezze divine,
Carles Riba, Elegie di Bierville, Torino, 1977.
fino alle acque viventi che mi ricordarono un nome,
oh ineffabile! E una piana maniera silente
di raddolcire il pensiero per grazia tenace.
Libere in cielo, le fronde avevan reso alla terra
La primavera trascorsa, molle e dorata umilmente;
il mio passo, esiliato da tanti ieri d’allegria,
vi ha consolato l’affanno che dall’inverno dormiente
mi lanciava verso un aprile incerto, ah! Come se avesse
ogni uomo la pace e io solo fossi l’errante.
Sogni per me solamente in presagio e in figura!
Vi si conosce l’anima, già non è sola in attesa;
nel parco fremente dove sembra che stia per rinascere
non so qual iddio trapassato, figlio della fonte e del verde.
*
30 maggio 2008
I.
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Carmina invenient iter
Seneca
*
Tristi bandiere
del crepuscolo! Contro di loro
sono porpora viva.
Sarò nelle tenebre un cuore;
con l’alba porpora ancora.
C. R.
*
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Anagogia
Esercito di corazze in rimonta
Si prosegue la battaglia
E per via di quei bottoni definiti catalitici
mi viene in mente un’altra di quelle cose proprio semplici e chiare
che scriverla è ancora difficile ché quell’affare della coerenza nell’agire
seguendo il pensiero è tale e quale a dire:
La vera natura delle rocce metamorfiche
è cangiante.
Per tutti i cristalli e gli sciroppi!
Mica ci pensavo.
"Non ci pensavo, Amica."
*
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29 maggio 2008
Ama il cigno selvaggio
“Io odio le mie poesie, ogni verso, ogni parola,
Robin Jeffers in Poeti moderni nord americani, di Virgilio Luciani, Milano, 1960.
O scolorite e fragili matite che sempre provano a fare
Una curva d’una lamina di foglia, o la gola d’un uccello
Che si aggrappa per vedere, agitato verso il bianco cielo.
O incrinati specchi del crepuscolo per cogliere sempre
Un colore, uno scintillio di lampo, dello splendore delle cose.
Sfortunato cacciatore, O cartucce di cera,
La bellezza del leone, le ali del cigno selvaggio, la bufera delle ali.”
- Questo cigno selvaggio di un mondo che non è preda per il cacciatore.
Migliori cartucce delle vostre non colpirebbero il bianco petto,
Migliori specchi dei vostri non s’incrinerebbero nella fiamma.
Ha importanza se tu odii te … stesso? Almeno
Ama i tuoi occhi che possono vedere, la tua mente che può
Sentire la musica, il rombo delle ali. Ama il cigno selvaggio.
*
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27 maggio 2008
E l’ultima scoperta
è la prodigiosa miscela composta da dose abbondante
cronica giacenza di uno smacchiante planetario
al profumo di vicoli e moli color antracite,
con !Eau de chavel!
delicatamente sorretta dal grazioso sacchetto catturamacchiette.
Una pacchia per tende e tendine.
*
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Ho gli occhi pieni del bianco delle vele,Angelo Maria Ripellino, Notizie dal diluvio - Sinfonietta - Lo splendido violino verde, Torino, 2007.
confitte nella còncava conca del mare,
le dita intrise del verde miele
delle metafore, i capelli blu come nuvole.
Carri fioriti sfilano sul litorale, e in ciascuno
è una ragazza impettita come un sovrano,
che abbia ridotto l’imposta sulla birra.
Nel cielo di carta azzurrina
si va ritagliando in gabbiano.
Vecchie caracche cariche dei miei mali,
rullando sui crisantemi di lacera fiamma dei flutti,
salpano da Zeebrugge verso lidi lontani,
portandosi via la mia zavorra, la mia ruggine,
e un’esile gioia vacillante, pinguina,
la mia gioia contumace, assorbita dai morbi e dai lutti,
si sveglia, sorride, si inebria, si adombra, si strugge,
la mia goffa gioia dignitosa in bombetta e marsina.
*
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Detti del Maestro Kodo Sawaki
Lo sgorgare di gioia, rabbia, tristezza e piacere nell’uomo è identicoGiampietro Sono Fazion, Lo zen di Kodo Sawaki, Roma, 2003.
all’abbaiare di un cane, quando le onde dei sentimenti si sono acquietate,
non vi è più nulla che sia assolutamente necessario fare.
Ovunque si vada, tutti gli esseri viventi valgono lo stesso.
Essere monaco nella vita comune significa vivere nella vita comune senza
diventar preda dell’illusione della vita comune.
Questa è una buona possibilità.
*
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24 maggio 2008
La sapienza è immateriale come soggetto e come oggetto
La sapienza è immateriale nel soggetto e nell’oggetto,
Charles de Bovelles, Il libro del sapiente, Torino, 1987.
poiché risiede nella sostanza immateriale ed è consapevolezza,
scienza, cognizione di sostanza immateriale.
Ma poiché tre sono i principali enti immateriali: Dio, l’angelo, l’anima razionale,
di qui, come dicemmo, scaturisce una triplice sapienza: divina, angelica, umana.
La sapienza divina è la più importante: originaria, increata, infinita, eterna;
per essa, ab aeterno, prima della creazione dei secoli, Dio fu consapevole di sé,
rifulse, risplendè, apparve a se stesso. La sapienza angelica è quella per cui Dio
fu conosciuto dall’angelo e l’angelo da se stesso. La sapienza umana è quella per cui
Dio, l’angelo, l’anima, si conoscono tra loro attraverso l’anima.
La sapienza divina è monade e conoscenza esclusiva di sé, superiore ad ogni alterità e divisione.
La sapienza angelica è diade, sorta e creata dalla monade, e cognizione non tanto di sé
quanto dell’altro termine, cioè di Dio; in questa sapienza ha luogo la prima alterità e la prima divisione.
La sapienza umana è ultima sapienza e triade; è cognizione di tre enti:
dell’anima, dell’angelo, di Dio.
*
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23 maggio 2008
21 maggio 2008
Donna d’acqua
o lance dei nostri corpi di vino puro
Aimé Césaire, Le armi miracolose, Parma, 1962.
verso la donna d’acqua passata all’altro lato di se stessa
alle selve delle nespole marcite
cavallo cavallo corrotto cavallo d’acqua viva
caduta fatale dalle pampelimose tiepide
sulla novella covata dei cieli
tenaglia delle linfe madri
che nutrono di mandorle dolci d’ore morte di steli di tempesta
di grandi frane di fiamma aperta
la spirale massiccia delle razze nostalgiche
*
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20 maggio 2008
Strambotto
Le api sono liete tutte il giorno
Dylan Thomas, Poesie inedite, Torino, 1980.
Perché i lillà si schiudono nella loro bellezza
E fanno il mio giardino lieto e adorno.
Le api sono liete tutto il giorno,
ai miei fiori esse aleggiano d’intorno
e ne rubano il miele con destrezza.
Le api sono liete tutto il giorno
Perché i lillà si schiudono nella loro bellezza.
*
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19 maggio 2008
Il palo, la frasca
Il puntare dell’anima a se stessa,
un po’ ingorda, va detto,
quando l’uomo ha il suo fiato grosso
il suo maledire
… forse fu questa l’ombra equivocata
che spinge la belva contro il suo domatore:
facevamo l’amore e l’anima era furba
- imparammo alla fine
che il maledetto rebus
è semplice come le faccende di sesso,
fatte in casa,
basta un buon falegname, un giardiniere provetto:
serve il palo
serve la frasca
e l’anima nel mezzo un po’ guardona
… quando amore è saltare
dall’uno all’altra senza connessione:
l’anima deve imparare
un po’ d’ironia
di chi sa aspettare perché ironizza sul tempo
Alberto Bevilacqua, Legami di sangue, Milano, 2003.
*
.. e chiarendo quel concetto del "Sé" -
che da solo si scrive accentato
mentre accompagnato da "stesso",
no. E' facile:
l'Identità non urge di orpelli intensificativi.
*
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18 maggio 2008
L’io e il non io
diagonalmente abeti verso il cielo
Luciano Erba, L’ippopotamo, Torino, 1989.
mentre sopra l’abisso d’aria viola
il codafolta va di ramo in ramo
ed io con lui verso rupi rosate
mentalmente
saltellando tra me di palo in frasca
*
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17 maggio 2008
L’età del ferro
Sono passate molte vite da allora,
Roberto Mussapi, La stoffa dell’ombra e delle cose, Milano, 2007.
l’empietà degli uomini, gli stupri,
gli uxoricidi e gli agguati
e i fratelli assassinati a tradimento
per avidità e sete di possesso,
latrati nelle stanze di notte, usura,
tempo di lupi, la truce età del ferro.
Svanisce soffocato da quei fiotti di sangue
il ricordo del tempo più antico,
l’oro delle spighe nel sole, gli alveari,
la morbida giornata sulla riva del ruscello
a decifrare il canto del mondo.
Più forte rimbomba nelle tempie
il cupo strazio dell’età del ferro.
E poi le grandi nuvole addensarsi
contro le vette e diffondersi ovunque,
un cielo nero come pece sudante
e poi l’esplosione, il diluvio:
l’acqua che sommergeva i campi e le alture,
invadeva le case e seppelliva il mondo.
E il silenzio finale e io, dal fondo
risalire nuotando tra le attinie,
il primo canneto, i palmipedi,
e poi rinato il mondo visibile
che mi portò via da lui, dal mio corpo.
Ora lo guardo e lo amo all’infinito,
ora che non è più me stesso.
Tutto ritorna di quel tempo plumbeo,
e non c’è fibra nel buio del ricordo
che brilli come quando nella notte
vedevo i segni dell’età dell’oro.
Sono passate molte vite da allora
ma nella morte mai trapassò la vita.
Io tornerò a lui, rifarò mondo
Di me e di altre anime perse.
*
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Cuocio il cecio con il cacio
Amico mio caro,
La stagione s’avanza.
Libeccio e scirocco.
La sera rinfresca e ancora imperano grandi capi di lana.
*
Insomma che dire, era nell’aria e tutta la polvere che non riusciva a posarsi
era ovvio pertanto che il rimestare tra alcune antiche ferite recasse
alla parziale vittoria di un intruso stafilococco cornuto e squamoso.
Temporale.
Se tu vedessi Amico mio,
possiede capsidi rosse e venature argentate.
Lo si cattura e addomestica con i soliti preziosi
gemme, rubini, platino e uno zaffiro verde che
si vocifera, non guasta pur o mai.
*
E d’un tratto comparsi Astenore e Flacco, vedo bene chi era quello
che sudava tantissimo.
Qui, in questa nuova realtà, il primo parla moltissimo
e al solito, sai, lui articola suoni srotolando concetti
ma è l’altro la grande scoperta:
cucina incessante asparagi in salsa di viole.
*
E un altro tratto è chiarissimo in quel che dicevano proprio
l’Astenore e il Flacco su quella questione
del compiuto distacco che al di fuori dell’essere
diventa
comunque
una sorte in casistica di identificativa ben nota patologia
isolante
beh, insomma, questi due ormai mi vivono accanto.
*
“Un florilegio flogistico”- dice
porgendomi calzino di passato bucato.
*
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Panchina
Dentro le finestre rimaste aperte, dietro le tende –
Pier Luigi Bacchini, Contemplazioni meccaniche e pneumatiche, Milano, 2005.
c’è molto da sapere, e i microscopici strati
dell’epidermide
non mi difendono dalla sfinita vecchiaia,
anche i dischi intervertebrali
a vibrare contro le aste dello schienale
ad ogni passaggio di bus.
Sapevo che le stalattiti impiegano millenni.
Poi il vento nelle sue distonie,
nelle meteoropatie selvagge
incurva uomini e donne.
Allora anche i sogni delirano
e si disgelano i misteri dei libri
e ha trasportato foglie e uccelli.
*
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6 maggio 2008
E soprattutto che…
- E soprattutto che il Domani non sappia dove sono –O. V. de L. Milosz, “Sinfonia di novembre e altre poesie”, Milano, 2008.
I boschi, i boschi sono carichi di bacche nere –
La tua voce è luna che risuona dentro il vecchio pozzo
Dove l’eco, l’eco di giugno viene a bere.
E che laggiù, in sogno, nessuno pronunci il mio nome,
i tempi, i tempi sono giunti a compimento –
Come un alberello sofferente per la prima linfa
È il tuo candore in panni senza pieghe.
E che i rovi si richiudano dentro di noi
Perché ho paura, paura del ritorno.
I grandi fiori bianchi accarezzano le tue dolci ginocchia
E l’ombra, l’ombra è pallida d’amore.
E non dire all’acqua della foresta chi sono;
Il mio nome, il mio nome è così morto.
I tuoi occhi hanno il colore delle giovani piogge,
delle giovani piogge sullo stagno che dorme.
E non raccontare niente al vento del vecchio cimitero.
Potrebbe ordinarmi di seguirlo.
I tuoi capelli odorano d’estate, di luna e di terra.
Bisogna vivere, vivere, semplicemente vivere…
*
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14 aprile 2008
Sorelle di speranza
Sorelle di speranza o donne coraggiosePaul Eluard, Poesie, Torino, 1955.
Contro la morte avete stretto il patto
Di riunir le virtù dell’amore
Sopravvissute sorelle
Vi giocate la vita
Perché la vita vinca
Vicino è il giorno o mie sorelle di grandezza
Che rideremo di guerra e di miseria
Di quanto fu amarezza nulla resisterà
Ed ogni viso avrà diritto alle carezze.
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9 aprile 2008
Il linguaggio dei colori
Vi conosco colori di uomini e di donnePaul Eluard, Poesie, Torino, 1955.
Fiori freschi frutti marci aloni decomposti
Prismi musici nebbia che genera la notte
Colori e tutto è vivo quel che m’apre la vista
Colori e tutto è grigio quel che mi sforza a piangere
Colori di salute di desiderio d’ansia
E l’avvenire è certo alla dolcezza amante
Colori pazzia e crimine e rivolta e coraggio
E riso ovunque che la gioia snuda
E talvolta ragione che ci vomita stupidi
E sempre la ragione che ci ricrea sublimi
Il battito del sangue per le strade del mondo
Colori lo sconforto scavi pure la notte
I misteri anneriscano fino all’osso l’insonnia
Si fanno luce sogni che son bontà bellezza
A un lato del mio cuore sopravvive l’angoscia
Dall’altro vedo chiaro spero e divengo un’iride
Io fertile rifletto un corpo che continua
Io lotto io sono ebbro di lottare per vivere
Nella chiarezza altrui la mia vittoria edifico.
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3 aprile 2008
M’accade a volte di sfrecciareSalvatore Toma, Canzoniere della morte, Torino, 1999.
su grosse moto
nei fondali marini,
sorpassare a uno a uno
delfini, squali, capodogli,
eternità di alghe forestali
per la gioia di scoprire
l’anima dei viventi sorprendente.
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1 aprile 2008
O vero: la costruzione dell’animo muove,Cesare Viviani, Una comunità degli animi, Milano, 1997.
muta, trasforma, fissa una meta, aspira,
mentre tutto rimane immobile
nella mente, nel mondo, nel cielo.
*
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30 marzo 2008
I poeti
Non meravigliatevi. I poeti sono tutti(Lucian Blaga)
un solo indivisibile, indistruttibile popolo.
Parlano e sono muti. Trascorrono ère
e cantano ancora in un’antica lingua morta.
Nascono e spariscono civiltà,
ma sempre vanno lungo la strada del cuore.
Parlano di partenze, di ritorni.
Sono uguali per quel che non dicono.
Tacciono come rugiada, semenza, desiderio,
come acque scorrenti sull’argilla,
poi con il canto sottile dell’usignolo
nel bosco divengono agile sorgente sonora.
Elio Pecora, Simmetrie, Milano, 2007.
*
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Il gingko ed il loto han gittato di nuovo, così il pioppo e persino l’ontano.
Le gonfie gemmette ed il verde smeraldo promettono fronde abbondanti.
È piovuto abbastanza negli ultimi giorni e non è quindi anomalo il
comparire dei tanti petali bianchi.
Seminata la senape negli angoli bui, ci si dedica a pulire il terreno.
Tutto va bene, si procede nei soliti modi e le maniere sono anch’esse le stesse.
Poco si sa di quel che succede.
Fa caldo, arriva la bella stagione.
Attendo speranze.
*
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Sulle mura d’adolescenza
Segni questa stagioneUmberto Piersanti, L’albero delle nebbie, Torino, 2008.
di vento e acque,
tu violacciocca,
fiore dei dirupi,
dalle muraglie ripide
e contorte
fiore della breve stagione
di passaggio,
luminosa come l’adolescenza
col gomito sulle mura
e il vento in faccia,
t’assediano le nubi
ma poi rischiara,
sul bel volto risplendi
che t’è accanto,
in quella primavera remota
della vita
*
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19 marzo 2008
Lo-Yang
È bella, è bella, la città di Lo-yang;Ch’ien Wen-Ti dei Liang (500 d. C.), Liriche cinesi (1753 a. C. – 1278 d. C.), Torino, 1953.
Le strade larghe son piene di luce primaverile.
I ragazzi escono con l’arpa in mano sui carri,
Le sfogliatrici escono coi loro cesti nei campi.
Fruste dorate ai fianchi dei cavalli sfavillano,
Maniche di velo sfiorano i verdi rami.
Cocchi in corsa ritornano verso casa;
E le fanciulle cogli alti cesti di frutta.
*
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13 marzo 2008
Pomeridiano
Le galline piluccavano ancora per la strada. La vecchia moglie del capitano
Sedeva sulla soglia reggendo il nipotino sulle ginocchia aperte.
Un ragazzo trasportava un paniere. Le case
Caotiche di fronte al tramonto, coi loro vecchi bauli,
i letti di ferro, i tavoli, i quadri. Un grammofono
suonava rauco in una stanza chiusa. Le lenzuola
avvolgevano in ampi quadrati la propria storia. Non si sentiva il mare.
Una grande mano invisibile sollevava le sedie
Due palmi da terra. Come fanno gli uomini a vivere senza la poesia?
Ghiannis Ritsos, Il funambolo e la luna, Milano, 1987.
*
Sistemo armadi e osservo stagioni.
Nel flusso di ogni corrente
molte cose sulle quali tacere.
*
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31 gennaio 2008
La Sorgente
Saliamo insieme sulla montagna senza nome,Thic Nhat Hanh, The Collected Poems, Berkley, 1999.
sediamo sul masso verdeazzurro senza età,
osservando quieti il tempo tessere il filo di seta
che crea la dimensione detta spazio.
*
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Bisogna proprio crederci
I giochi di questi bambini curiosi che sono i nostriPaul Eluard, Ultime Poesie d’amore, Milano, 1965.
Giochi semplici che incantano i loro occhi
Pieni di una febbre che li avvicina e li allontana
Dal mondo in cui sogniamo di far posto agli altri
I giochi di nuvole e d’azzurro
Di cortesie e di scorribande alla stregua di un cuore futuro
Che non avrà mai colpe
Gli occhi di questi fanciulli che sono i nostri occhi di un tempo
Avremmo incanti quanti mai ne ebbero le fate.
*
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Non ci sono sconfitte con Giacinta
Giacinta nega le sconfitte in amore.José Moreno Villa, Giacinta la rossa, Torino, 1972.
Non ci sono né vincitori né vinti.
dalle sue zuffe dolci e tormentose
usciamo sempre arricchiti.
Certo, Giacinta! Certo!
Per la tua divina intenzione, eccoti un forte bacio.
Anche se poi ti vedo impallidire
davanti a un dramma sentimentale
in cui Gilbert, John Gilbert,
subisce la sconfitta da parte di una stella fotogenica.
*
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17 gennaio 2008
Quasi tutti sostengono che, in rapporto al piacere e all'ira, alcuni uomini riescono a dominarli, altri invece ne sono dominati; e le cose stanno proprio in questi termini. Però, nel caso dell'ignoranza, non si è mai sentito dire che qualcuno riesca a vincerla, mentre altri ne siano vinti.Platone, Leggi, IX 863 D.
*
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Dopo la doccia,Jack Kerouac, Il libro degli haiku.
fra le rose inzuppate,
Scompiglio di uccelli bagnati
*
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14 gennaio 2008
l’impassibile serenità del misteroEnrico Testa, In controtempo, Torino, 1994.
se ne infischia di ogni aspetto fiero:
mi tiene tacendo in iscacco
mentre guardo alla pagina
e a chi, dietro le righe, si agita
quando le sirene marittime
traversano la notte
si fa la figura del matto a credere
che suonino per le nostre lotte
*
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Le radici vanno in senso verticale scompaiono nel terrenoRyszard Kapuscinski, Taccuino d'appunti, Forum, 2006.
si addentrano scavano
la loro esistenza è invisibile e oscura
tentano di separare i granelli di sabbia
le pietre le rocce
di penetrare lava e minerali
scagliate in superficie
inattive inaridiscono
le loro dita nodose sono tese verso il cielo
la loro preghiera è ingarbugliata e intraducibile
l’esperienza della radice:
la vita è penetrando nel profondo
*
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La faccia
Vedimi con tutti i terrori sulle mie strade,Edwin Muir, Un piede nell’Eden, Torino, 1974.
I relitti incrostati che imputridiscono nei miei mari,
E l’impassibile ovale della mia faccia
Che muta pigramente al modo della luna
E misteriosamente è formato per piacere
E ornare l’osso angoloso di grazia effimera.
Avrei dovuto portare una maschera di terrore, aspetto
Tale da sgomentare e fugare speranza e fede,
Un po’ carnaio, un po’ campo di battaglia, terra sconvolta.
Invece sono un sorridente mare d’estate
Che dorme mentre di sotto da un estremo all’altro
Gli assassini, che han forma di sole e di stelle, s’ingozzano e giocano.
*
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13 gennaio 2008
Mia Cara Bettina - mi diceva Navarro
sonatore di dolcemèle –
nel tuo paralogismo pistillico
in quel sofisma innocente e neoterico
c’è qualcosa che stona:
un tautologico diallèlo
in pleonastica forma
una verbigerazione pedante
e così la gordiana illusione
tu comprendi
risulta scarduffata e complessa.
Ma Bettina mia cara
perché non ti provi a esser più chiara?
*
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6 gennaio 2008
insomma, poi risulta che ho una forte allergia alle cipolle.
Così smetto di assumerne e guarisco.
Ecco, detto tutto.
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Un violino d’argento o di alluminioDanilo Dolci, Poema umano, Torino, 1974.
non è un violino:
forse più splendido, non è più lui.
Certe strade si trovano anche al buio
ma certe no:
non voglio avere rimorso
di spingere qualcuno verso strade
a me più care
e un giorno poi si trovi sopra il vuoto.
C’è una parola,
quasi ho vergogna a dirla
anche se indispensabile – non si usa
e può sembrare un po’ professorale:
maieutica.
È l’arte di aiutare a partorire,
la scienza di far nascere alla vita.
È strano e non è strano
che non sia una voce popolare:
chi di noi riconosce
la mano della propria levatrice?
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da CANTI DELL'AURORA
Lieti abbiamo ritrovato la nostra ombra umorosa,Yànnis Sfakianàkis.
il nostro corpo tumido di sangue,
e il nostro vivace caldo alito e la nostra voce impetuosa,
e la nostra alta missione
nelle umide labbra delle rocce di velluto
la cui pelle freme al tocco del sole.
...
Lontanaze e desideri
ardono all'estremità della spiaggia
- la notte gli sorride,
la piccola alba li disperde.
Guarda la rosa
e vedrai come i tutti i paesi si somigliano:
guarda gli occhi del tuo piccolo fratello
e vieni che ce ne andiamo.
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4 gennaio 2008
CONDIZIONE
Il male e il bene sono due specchi
Carlo Betocchi, Poesie del sabato, 1980.
della stessa illusione: che è quella
di viver padroni dell’essere proprio:
e la persona ne porta la soma, metà
per sua scelta, metà per decreto delle
cose. Le leggi vi aggiungono il loro
rescritto, parvenza solenne tra giustizia
e ingiustizia. Lasciate perciò alla
speranza, sorella umilissima di tante
mai piaghe, di medicarle col suo breve
lenimento – il sogno. E tuttavia, peccato!
Protesta la sempre fuggitiva verità.
*
La verità è "fuggitiva".
*
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3 gennaio 2008
Se vuoi piantare
Danilo Dolci, Poema umano, 1974.
pale di fichidindia e avere frutti
freschi sotto il bruciare delle spine:
quando le interri turgide di umore
flosce si infradiciscono e disfanno,
quando le asciughi al sole ed essenziali
sai interrarle
le intime filigrane si radicano
affondano vitali.
*
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Cari Loli Tutti,
buon anno.
*
Per quanto riguarda quella questione della Verità assoluta e
Della mente autentica, volevo chiarire che la mia religione
non ne approfondisce misteri.
Poco ne parla.
Direi pure che: concede una certa libertà di interpretazione.
*
Invece la questione del non accavallare le gambe, datemi retta, funziona.
Se soffrite di dolori cervicali, stateci attenti quando vi sedete.
*
Per sostituire le uova nella preparazione dei dolci lievitati,
potrete usare la farina di ceci emulsionata con un po’ d’acqua.
*
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Si è voluto fare di Sisifo un eroe esistenzialista, un outsider e ribelle di tragicità sovrannaturale, avvolto da un satanico fulgore. Forse è tutto errato. Forse Sisifo è qualcosa di molto più importante, ossia un personaggio della vita quotidiana. I Greci interpretarono il suo nome come il comparativo di sophos, intelligente; Omero lo definisce addirittura il più intelligente di tutti gli uomini. Non era un filosofo, ma una mente astuta. Si narra che riuscì a incatenare la morte e che più nessuno morì sulla terra finchè Ares, il dio della guerra, liberò la morte e le consegnò Sisifo stesso. Ma questi raggirò la morte per la seconda volta e riuscì a tornare sulla terra. Dicono che sia diventato molto vecchio.
Hans Magnus Enzensberger, Prospettive sulla guerra civile, 1994.
Più tardi, come punizione per la sua avvedutezza, fu condannato a far rotolare un pesante macigno fino alla sommità di un monte, in eterno. Questo macigno è la pace.
*
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25 dicembre 2007
Mi sveglio in piena notte.Mizuhara Shuoshi, 1892-1981.
Sulle sopracciglia
la Via Lattea.
*
E' tornata la Signora Nonna di Jour-jo T..
Ho avuto molto da fare.
Buon Natale.
*
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16 dicembre 2007
La voce degli alberi
Gli alberi, mi domando.
Robert Frost, Conoscenza della notte, Mondadori, 2001, la traduzione è di Giovanni Giudici.
Perché vorremmo sentire
Il loro fruscìo per sempre
Più di ogni altro rumore
Vicino a dove abitiamo?
Nel giorno noi li subiamo
Finché ogni misura di moto
E di fissità nella gioia
Perdiamo, e ascoltiamo assorti.
Son essi quel che di andare
Parla e mai non si muove;
e tuttavia ne parla benché sa,
crescendo nel senno e negli anni,
che adesso intende restare.
Punto i piedi sul pavimento,
sulla spalla reclino la testa,
se a volte li osservo ondeggiare
dall’uscio o dalla finestra.
Per qualche dove io partirò,
l’inquieta scelta farò
un giorno che stormiranno
agitati da far trasalire
le bianche nubi su loro.
Io avrò meno da dire,
ma me ne andrò.
*
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E certo molte cose ancora
E certo molte cose ancora
vogliono da me il loro canto.
Ciò che rintocca senza verbo,
ciò che scava nel buio la pietra sotterranea,
ciò che si apre una strada nel fumo.
E ancora non ho fatto i conti,
con la fiamma, col vento, coll’acqua…
Per questo nel dormiveglia
mi si aprono ad un tratto strane porte,
che mi indicano la stella mattutina.
Anna Achmatova, a cura di Raissa Naldi, Milano, 1962.
*
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Indivia, capperi e olive
Si mette tutto insieme nel wok con un po’ d’olio.
Non c’è bisogno di salare.
Si aggiungano foglie di maggiorana.
*
Congiuntivo a pioggia.
*
Il piatto di rinforzo potrà consistere in una zuppa di cipolle rosolate
in tegame con sesamo e curry.
Ci vuole coraggio in ogni menù.
Qualora non si raggiunga la tonalità di colore prescelta,
si potrà ovviare e correggere a mezzo bustina di zafferano.
*
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13 dicembre 2007
Buon ultimo
Da bambino sapevo:
Erich Fried, E’ quel che è, Einaudi, 1996.
Ogni farfalla
che salvo
ogni lumaca
e ogni ragno
e ogni zanzara
ogni forbicina
e ogni lombrico
verranno a piangere
quando sarò sepolto
Una volta salvato da me
nessuno dovrà più morire
Tutti verranno
alla mia sepoltura
Quando diventai grande
riconobbi:
E’ assurdo
Non verrà nessuno
sopravviverò a tutti loro
Adesso da vecchio
domando: Se io
li salvo proprio fino alla fine
ne verranno magari due o tre?
*
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Spazi vuoti
Pensavo di camminare girando e girando uno spazio
Assolutamente vuoto, assolutamente una sorgente
Dove il castagno adorno aveva perso il suo posto
Nella nostra siepe sul davanti sopra le violacciocche.
Schegge bianche saltavano e saltavano e schizzavano alte.
Sentivo il taglio curato e differenziato
Dell’accetta, lo schianto, il sospiro
E il crollo di quello che era stato lussureggiante
Attraverso i percossi resti e frantumi di tutto quanto.
Piantato a fondo e da molto andato, mio coetaneo
Castagno da un vasetto di marmellata in un buco,
La sua massa e quiete diventate un lucente non luogo,
Un’anima ramificante e per sempre
Silenziosa, oltre ascoltato silenzio.
Seamus Heaney, La lanterna di biancospino, Le Fenici Tascabili, 2007.
A cura di Francesca Romana Paci.
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12 dicembre 2007
quanto al futuro aspiri
Dario Villa, Tutte le poesie, Sipiel, 2001.
a conseguire una banalità
tale da poter dire
la vita non è il cinema o la vita
è cinema tanto fa lo stesso
tanto
comunque vada
continuerai ad esser convinto
d’avere come minimo
un’anima
però davvero grande
oh talmente profonda
che se anche non l’avessi
non ci sarebbe alcuna differenza
*
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Le cravatte e il cappio delle emozioni
(…)
Khyentse Norbu, Sei sicuro di non essere buddhista?.
"Come nel caso della molteplicità di farmaci necessari a curare le diverse malattie, esistono molti metodi per arrivare al risveglio, ognuno dei quali si adatta ai diversi tipi di consuetudine, di cultura e di atteggiamento."
(...)
“Sicuramente vi succederà ancora di essere turbati oppure emozionati, tristi, arrabbiati o impetuosi, ma avrete la disinvoltura di chi al cinema, si distacca dal dramma rappresentato perché capisce che è soltanto un film. Paure e speranze per lo meno saranno mitigate, come quando si ammette che il serpente è soltanto una cravatta.”
*
Certo, alcuni interrogativi mi accompagnano ancora:
1 Dove sarà scritto che il Budda aveva invitato a meditare sui propri bulbi piliferi
2 perché Pablo Neruda lo conoscono tutti?
*
Non trovo “Lo zoo o le lettere non d’amore”, c’era un bel brano sulle cravatte.
È inutile ch’io menta a me stessa. La libreria non è a posto.
Mi sono incagliata tra uno scaffale e l'altro, questa impaginazione non mi soddisfa per niente e non ho mai imparato a usare la piastra.
*
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Io volevo una vita sganciata dal bene e dal male
perché nemmeno il bene doveva avere un nome.
fosse un’essenza pura come l’aria di montagna
che alimenta i polmoni di rapaci e di santi.
Il giudizio (o condanna) dovrebbe essere implicito.
Se ci vuole La Legge ognuno rispetti la sua
e vada leggerissimo, portando in sé
un tribunale di foglie intrecciate.
Maria Luisa Spaziani, La luna è già alta, Mondadori, 2006.
*
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11 dicembre 2007
Poeti
In quella città bella e lontana
nel cortile ricoperto d’erba
ogni cosa cantava
la gente danzava.
disse: Va’ dalla puledra, invitala a ballare.
Io ero timido.
disse: Se pèrdono i poeti
non vince il mondo.
Ibrahim Nasrallah, “In un mondo senza cielo” Antologia della poesia palestinese, Giunti, 2007.
A cura di Francesca Maria Corrao. Traduzioni di Francesca Maria Corrao, Fulvia De Luca, Simone Sibilio.
*
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“La primavera, scrive, l’ho incontrata sulla cima di un ciliegio a grappoli, proprio sulla cima dell’albero, vicino a Char’kov. Tra due paia di occhi si allungava la tenda dei fiori. Ogni movimento dei rami mi copriva dei fiori. Più tardi una notte ho osservato il cielo stellato dall’altezza del tetto di un treno passeggeri dopo aver pensato un po’ mi sono addormentato senza pensieri, avvolto nel grigio mantello dei fanti di Saratov.
Paolo Nori, Pancetta, Feltrinelli, 2004.
Quella volta noi, abitanti del ponte superiore, fummo avvolti dal nero ciliegio a grappoli del fumo della locomotiva, e quando il treno per un qualche motivo si fermò in un campo vuoto ci buttammo tutti a fiume a lavarci, e come asciugamani godemmo delle foglie degli alberi dell’Ucraina.
Nu, kakoj teper Petrograd! Ma che Pietrogrado, adesso!
Teper’-Vetrograd! Adesso, Ventogrado, scherzavan sul treno, quando d’autunno tornammo dalla Neva.”
Mi è piaciuto enormemente.
*
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Non era lei
Il giorno, quando torna
Dunya al-Amal Ismail, “In un mondo senza cielo” Antologia della poesia palestinese, Giunti, 2007.
circonda quanto dolore ti resta nell’anima,
una nube negli occhi, ancora
guarda al suo splendore.
sbatti la porta dietro la tua vita
alzandoti dalla pigra solitudine
- forse dalla cornice un sospiro ti risponde
senza spargere sangue
oppure è il tuo cuscino a svegliarsi dai sogni.
La tua voce ti sorprende, la tua immagine, le dita delle mani
i passi nel corridoio della casa.
Dici forte:
questa non sono io.
A cura di Francesca Maria Corrao. Traduzioni di Francesca Maria Corrao, Fulvia De Luca, Simone Sibilio.
*
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10 dicembre 2007
Sovrapposizioni
VCommerciare legna è attività comune in montagna. Si tagliano i tronchi di abeti.
Cataste da ridurre in lamine e trucioli.
In uno di quei magazzini era entrato una volta un gufo
reale, forse inseguendo un topo.
Venne trovato il giorno dopo infarinato di polvere, stupefatto.
Giampaolo Neri, Poesie 1960 - 2005, Mondadori, 2007.
*
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9 dicembre 2007
Caro Ferraio,
la cocente disillusione seguita alla improvvisa scomparsa di interesse
per la serie del medico dei mentitori, mi ha cucito le dita.
Non ricamo la brina di questo mite inverno e poco cuocio.
Si diceva quindi che le questioni son sempre le stesse.
Eppure a ben guardare, l’aspra incapacità del Dottore di gestire il mondo
animale mi ha davvero lasciata di stucco.
La scarnificazione scientifica
è un pensiero assai troppo per me mutevole
e invero
a franco compenso di un pur scabro malumore
la Veronica Mars mi ha recato speranza
e risoluzioni e provvidenziali aspettative
e insomma, sempre quella storia del futuro migliore.
*
La sua giovinezza spavalda, il suo ergersi pallida
le cataste di rottami e tutto il vecchiume
mi han condotto serena a scoprire anche l’ultimo intrigo.
C’era quella volta quindi, un Castello di tutti quelli cattivi
– bada bene che son sempre i soliti
quelli già noti persino a se stessi -
e così poi in un lampo di 4 - 5 scenografie,
la impavida bionda ha svelato il funzionamento del karma:
pulisci, pulisci, il marciume sempre affiora.
Ripulisci e va avanti, la macchia diventa sempre più piccola.
Insomma, in breve: mi dice la giovane fronda, l’inverno contiene i germogli.
*
Non Ti nascondo, Fardello mio Caro, che ho pensato fosse uguale et identico,
a quel fatto un po’ increscioso un po’ bruttino, dove appariva il Tale
Gran Capo dell’Ordine degli Acclarati Correggitori che intervenendo
di proprio ferreo pugno, andava attrezzando gli scontenti manipoli
di alcuni afantasici miserelli spalatori
un accumulo plumbeo di scipite volitanti creature offuscava le nubi
non si rotava nemmeno una roccia
e poi in fitto susseguirsi di imperativi fritti e rifritti:
Rimuovi la frutta dal ramo, spolvera, lucida, conserva.
Sostituisci! Sostituisci! Poi meglio custodisci:
racchiudi in vasetti. Bolli il tutto e asciuga la via.
Accatasta in bell’ordine e gramo ritorna al nido tuo scarno
Insomma e per ogni tacco, cos’altro c’era da indire?
E' piovuto, le cose son fatte
il gingko s’è spogliato d’un botto giù tutto
se arrivi di prescia segui il giallo tappeto
Ti attendo, saluto e bacio in segreto.
*
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5 dicembre 2007
Sui limoni
La tenerezzaStefano Moretti, Gattaccio randagio, Einaudi, 1980.
(…)
La pioggia ha ripulito questo labirinto
di condomini nuovi, che a scacchiera
e in diagonale si allineano identici,
lucidando le piazzuole incementate,
le aiuole piene di erbacce e i lampioni
a fungo che bianchi illuminano il fango
degli ultimi prati cintati per altre costruzioni,
ma ancora più tetra ha reso questa città
deserta, assurdi questi muri di piastrelle
che, gelidi, sembrano voler nascondere
qualcosa, mascherare dietro la nuova
patina vecchie violenze.
In un balcone come tanti, tra finestre
spente, mi indica la sua casa: solo
una tenda di plastica e, nell’angolo, mossa
da un alito di vento che qui non si sente,
una pianta di limoni, lo differenziano
dagli altri, spogli, o con qualche nero armadio accampato.
Quella pianta che lieve si muove
dice l’ansia di benessere, le cure
di una vita che ha strappato povere conquiste
e ora, sopravvissuta ai geli di un lungo inverno
ricomincia a fiorire, timida timida.
(…)
Improvvisamente solo, si stringono i fili,
le maglie di una rete fatta di corpi
che appaiono e scompaiono nel breve volgere di ore,
ciascuno come un amo che entra dolcemente,
passeggera lusinga, poi strappa dentro
appendendo ad un filo di disperazione.
Ogni corpo la sua legge, un suo codice
che a me storpia la vita, ogni ora come
un tempo infinito lascia un segno: la notte
si perde ammaliata dalle infinite possibilità
di vivere questo tempo esausto e incerto
con una voglia nuova, vecchia come il mondo.
*
Quasi una moralitàUmberto Saba, Antologia del “Canzoniere”, Einaudi, 1963.
Più non mi temono i passeri. Vanno
vengono alla finestra indifferenti
al mio tranquillo muovermi nella stanza.
Trovano il miglio e la scagliuola: dono
spanto da un prodigo affine, accresciuto
dalla mia mano. Ed io li guardo muto
(per tema e non si pentano) e mi pare
(vero o illusione non importa) leggere
nei neri occhietti, se coi miei s’incontrano,
quasi una gratitudine.
Fanciullo,
od altro sii tu che mi ascolti, in pena
viva o in letizia (e più se in pena) apprendi
da chi ha molto sofferto, molto errato,
che ancora esiste la Grazia, e che il mondo
- TUTTO IL MONDO – ha bisogno d’amicizia.
*
A me è piaciuta la lettura di Roberto Herlitzka.
*
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4 dicembre 2007
Latria
Dammi, Tu che sei nelle tenebre, queste cose:Irving Layton, Le poesie d’amore, Piovan, 1983.
Le bianche ginocchia di una donna
I begli occhi di una donna
Le sue calde cosce levigate
L’amplesso nuziale
Il primo sguardo d’amore
Un uccello, passero o colomba,
Un viso senza inganni.
Un fiore qualsiasi, una rosa,il delirio della creazione
Il fremito della pietà
- Il resto è prosa.
*
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1 dicembre 2007
“Mia bella, tutta la struttura”
Mia bella, tutta la struttura,
tutta la sua sostanza mi va a genio,
tutta arde dal desio di farsi musica
e tutta è bramosa di rime.
Ma nelle rime si spegne il destino
e la dissonanza dei mondi fa ingresso
come una verità nel nostro piccolo mondo.
E la rima non è replica di righe,
ma gettone per la guardaroba,
cedola per un posto accanto alle colonne
nel brontolio d’oltretomba di tuberi e grembi.
E nelle rime respira quell’amore
che qui si sopporta a fatica,
dinanzi al quale aggrottiamo le ciglia,
corrugando la radice del naso.
E la rima non è replica di righe,
ma permesso d’entrata per dare,
come un mantello in cambio d’una placca,
il pesante fardello dei mali,
la paura del chiasso e del peccato
in cambio della sonora placca del verso.
Mia bella, tutta la sostanza,
tutta la tua struttura, mia bella
mozza il fiato e sospinge al cammino
e sospinge a cantare e diletta.
A te innalzò le sue preghiere Policleto.
Le tue leggi sono promulgate.
Le tue leggi nelle distanze degli anni.
Tu mi sei nota da tempi lontani.
1932
Boris Pasternak, Poesia Russa del 900, Feltrinelli, 1960.
A cura di Angelo Maria Ripellino.
*
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29 novembre 2007
Feed-back
Se fosse amico un segno di ritornoLucia Sollazzo, Unico Nord, Einaudi, 1973.
dai sorvegliati scogli
a moto e incaglio termine
e sterminio, se fosse inverno il fuoco
dello sbaglio. Immobile deserto
minio finale il frutto
per inesatto vallo tra ignoto
governo e progetto inesistente.
*
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28 novembre 2007
C’è –
C’è una distruzione, chi la conosce, anche me conosce,
ma che la si conosca non occorre,
non vello d’oro, è un vello di nebbia, un puro
esser sotto una coltre di elementi.
Non c’è felicità che ti rianimi,
o senso di qualcosa che perduri, tu non vuoi più
saper di cose che non ti distruggono,
e alla radio vuoi soltanto Volga
e l’estraneo, il lontano, dalle steppe.
Ci sono distruzioni, non ch’io soffra,
gli dèi in altro modo non si vedono,
e c’è un amore povero e malato, tu come lui, e tu
devi cantar per lui di corte in corte.
Gottfried Benn, Frammenti e distillazioni, Einaudi, 2004.
*
Io d’inverno parlo poco.
*
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“i quattro sigilli”
(…)Khyentse Norbu, Sei sicuro di non essere buddista?, Feltrinelli, 2007.
In una conversazione come quella con il mio vicino sull’aereo, può darsi che l’interlocutore non buddhista incidentalmente chieda: “Che cosa esattamente fa sì che un buddhista sia tale?”. È la domanda più difficile cui rispondere. Se la persona in questione è animata da un interesse autentico, una risposta esauriente non è adatta alla conversazione poco impegnativa che ravviva una cena e le generalizzazioni generano spesso fraintendimenti. Immaginate di dare la risposta vera, quella che si rifà ai fondamenti esatti di una tradizione che risale a duemilacinquecento anni fa.
Si è buddhisti quando si accettano le seguenti quattro verità:
Tutte le cose composite sono impermanenti.
Tutte le emozioni sono dolore.
Tutte le cose sono prive di esistenza intrinseca.
Il nirvana trascende ogni concetto.
(…)
Il buddhismo non ha vincoli culturali: non riserva i suoi benefici a una società data e non trova spazio nei governi e nella politica. Siddharta non era interessato ai trattati accademici e a teorie scientificamente dimostrabili: non si curava che la terra fosse piatta o rotonda. Egli mirava a una realtà di tutt’altro tipo: voleva arrivare al nocciolo della sofferenza. Una cosa, spero di chiarire: i suoi insegnamenti non costituiscono una grandiosa filosofia intellettuale, che è possibile leggere e poi mettere da parte, ma rappresentano una concezione logica e funzionale che chiunque può mettere in pratica. (…)
Traduzione di Cristina Spinoglio.
*
Credo che tutto ciò che fuoriesce dalle righe sia come il plancton.
Poco visibile, vivo.
*
Pratica dell’insegnamento e tangibilità della esperienza mistica.
*
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25 novembre 2007
“Le ragazze, quelle che camminano”
Le ragazze, quelle che camminano
con stivali di occhi neri
sui fiori del mio cuore.
Le ragazze che abbassano le lance
sui laghi delle proprie ciglia.
le ragazze che lavano le gambe
nel lago delle mie parole.
1919-21
Angelo Maria Ripellino, Poesie di Chlébnikov, Einaudi, 1968.
*
Eravamo in tante, ieri.
Tutte bellissime.
*
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23 novembre 2007
La radura
Se penso che finirà la mia vitaGiampiero Bona, Agli Dei, Garzanti, 1987
fingo per prova d’esser già morto:
vedo strapparmi dal corpo e nell’orto
di Persefone gettare. Oh, uscita
orrenda! Ma se la radura guardo
che hai dipinto, mi siedo in una Chiara
Mattina e, mentre su l’abbagliante ara
si divinizza la mia ombra, io ardo.
*
Questa raccolta mi piace molto.
Inizia con questa citazione:
“Soltanto un dio può ancora salvarci.
A noi rimane la sola possibilità di
Preparare, nel pensare e poetare,
una disponibilità per l’apparire del
dio o per l’assenza del dio nel tra-
monto; la possibilità che noi, al co-
spetto del dio assente, tramontiamo.
Martin Heidegger”
*
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Asini in estinzione
Si spengono i fuochi
e non ricordo più chi cessava la danza.
*
volevo dire
*
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Cremazione
Ti dico che in una scialba mattinaGiampiero Bona, Agli Dei, Garzanti, 1987.
vedrai fumare a un’aria biancospina
le mie ceneri. Non piangere. Osserva
il mio fuoco: io faccio luce! La cerva
nel petto allora acquieta. È un mistero
che tutto monda, il solo istante vero.
Ma amo gli Dèi, perciò non hai pretesti
vili: forza, sperdi al vento i miei resti…
*
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22 novembre 2007
Ignoranza
non sapevo cheJuan Gelman, Poeti ispanoamericani contemporanei, Feltrinelli, 1976.
non averti poteva essere dolce come
chiamarti perché tu venga nonostante
non venga e non ci sia che
la tua assenza tanto
dura come il colpo che pensandoti
mi son dato in faccia
A cura di Marcelo Ravoni e Antonio Porta.
*
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20 novembre 2007
Gente incontrata
Esseri umani ho incontrato che,Gottfried Benn, Aprèslude, Einaudi, 1990.
quando si chiedeva loro il nome,
timidamente – come se non potessero pretendere
di possedere anche soltanto un modo di chiamarsi –
“signorina Christian” rispondevano e poi:
“come il nome”, e ti volevano
agevolare la comprensione,
nessun nome difficile come “Popiol” o
“Babendererde” –
“come il nome” – prego, non incomodi
la sua facoltà mnemonica!
Esseri umani ho incontrato che
coi genitori e quattro fratelli in una stanza
crebbero, di notte, con le dita nelle orecchie,
studiavano al focolare,
si fecero strada, di fuori belle e ladylike come contesse –
di dentro miti e operose come Nausicaa,
avevano la fronte pura degli angeli.
Mi sono spesso domandato e non ho trovato risposta,
da dove venga la dolcezza e il bene,
nemmeno oggi lo so e ora devo andare.
*
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Benn
ti sento come una feritaAttilio Lolini, Notizie dalla necropoli, Einaudi, 2005.
non rimarginata
un taglio sulla fronte
ma non scacciarmi
non restituirmi
al morto mondo
starò immerso in te
finché è possibile
senza afflizione o gioia
*
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206
Quando l’udaijin Tokudaiji era capo della polizia e teneva una volta una riunione ufficiale alla porta centrale, un bue, staccatosi sal carro del funzionario Akikane, entrò nell’ufficio, salì sulla piattaforma rialzata su cui il capo della polizia sedeva, e vi si sdraiò ruminando. Tutti dissero che il caso era grave e pieno di misteriose incognite, per cui l’animale avrebbe dovuto esser condotto da un indovino. Ma il Primo Ministro, padre del capo della polizia, avendo udito ciò, osservò: “Un bue non ha sì discernimen-to, e, siccome possiede le gambe, dov’è che non può salire? Non c’è bisogno, quindi, di sequestrare un animale di nessun conto, che un impiegatuccio mal pagato usa raramente per recarsi al proprio ufficio”. E così il bue fu restituito al suo proprietario e vennero cambiate le stuoie su cui si era sdraiato; né si verificò alcun evento infausto.Kenko Hoshi, Ore d’ozio, Leonardo da Vinci, 1965.
Si è detto che quando si deve qualcosa di strano senza meravigliarsi, allora essa cessa di essere strana.
A cura di Marcello Muccioli.
*
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18 novembre 2007
Valore
Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finchè dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza sapere di che.
Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord, qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto.
Erri De Luca, Opera sull’acqua e altre poesie, Einaudi, 2003.
*
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I verbi brutti
Intrudere.
Essudare.
Auzzare.
E così ragionando sempre in termini di significazioni, pensavo alle lettere che si uniscono l’una all’altra per formare i nodi imbrigliati e poi agli intrighi marini di alcune liquide parabole piovane, allo zoo di vetro, al radicchio di Chioggia e quindi ad una residenza egizia
Era una riflessione così tanto profonda che ho dovuto passare il pensiero nel setaccio alfabetico:
“abiogenesi, autogenesi, autorevole, automatico, automedonte”.
*
Nel refluo:
Il blog come tatuaggio.
L’ho trovato scritto molte volte.
Io non ho tatuaggi.
Ho un blog.
Certo, c’è quel bel problema dell’impermanenza di tutte le cose ed è quella fissazione del significato sulla vela cangiante, che mi inquieta i pensieri.
Per il resto, volevo dire che i miei capelli sono a posto, la mia famiglia
sta bene, i miei amici se la cavano e i miei conoscenti sono quasi tutti
in gamba.
*
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Etichette: autunno
17 novembre 2007
Come chi torna dalla guerra
ci si incontra e ci si dà la mano
ma non si chiede delle ultime battaglie
o del profilo dei nemici.
Il nostro sguardo si incontra
dove non ci saranno carezze per nessuno
né occhi lucenti come astri, né baci.
Che sguardo strano, che divergenza.
Nico Naldini, La curva di San Floreano, Einaudi, 1988.
*
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Etichette: bioflavonoide
16 novembre 2007
14.
“(…)
Che cosa ci spinge a trovare simboli e corrispondenze? Forse una specie di terrore al pensiero di strade vuote, di distanze non misurate da qualche passo, di cose irreparabilmente lontane, perdute – e che dunque, manifestino l’irreparabilità della lontananza, della perdita.
Non è come se la poesia avesse la funzione sostanziale di trovare simboli e corrispondenze? Un vero e proprio ruolo sociale…
Nella rima, segni grafici e musica annullano distanze, mettono in evidenza corrispondenze. Al di fuori della dimensione di ogni logica. Nella dimensione di qualche “verità”.
Le corrispondenze materiali prodotte dalla rima si trasformano, in noi, in corrispondenze immateriali – di sensi, di significati.
Corpo pensato, in fuga, da una figura all’altra. Lungo la grande via dei simboli, delle corrispondenze, delle analogie. Vita che continuamente fluisce. Contro l’irrigidimento che è della morte.
(…)”
Emilio Tadini, La distanza, Einaudi, 1998.
*
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Etichette: acidoialuronico
14 novembre 2007
Per lettera
Come è sempre bravo il cuore nini come non sbaglia mai stamattina
in Detroit di ferro lungo la così chiamata Cass mentre arrancavo
via controvento in fretta nella dura gelida
luce di qua
lui m’è sfuggito a un tratto a sinistra dentro un vicolo
laterale ma che dico un vicolo! Dentro una pura
fessura da sorci e da micie e da cicche mezza al buio
fra due nere muraglie a strapiombo – e di laggiù
proprio di laggiù dal fondo d’una qualsiasi
povera penombra senza nome che alfine ce l’ha pur fatta
a ritrovarti
Giorgio Bassani, IN GRAN SEGRETO, Mondadori, 1978.
*
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11 novembre 2007
ancora bacetti
-“Fare il marito è un lavoro a tempo pieno. A. Bennet”
-“Un fesso questo Bennet, scartane un altro.”
*
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Etichette: isomaltosio
Das letzte varieté
2.
Guai a chi si costruisce il suo mondo da solo.
Devi associarti a una consorteria
Di violinisti guerci, di furbi larifari,
di nani del Veronese, di aiuole militari,
di impiegati al catasto, di accòliti della Schickeria.
E ballare con loro il verde allegro dello sfacelo,
le gighe del marciume inorpellato,
inchinarti dinanzi ai feticci della camorra,
come Abramo dinanzi al volere del cielo.
Guai a chi sulla terra è sprovvisto di santi,
guai a chi resta solo come un re disperato
fra nei ceffi di lupi digrignanti.
Angelo Maria Ripellino, Lo splendido violino verde, Einaudi, 1976.
*
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Etichette: magnesio
So dare ferite perfette
Una confraternita cercavo
per tutti quei roghi che spiccano
dentro me dolorosi
e tutte le tarantole che mi riempiono
il petto.
Una confraternita di ballerini savi
che stando io così come
tutta randellata in ogni mia
parte, stando io secca e sassosa
nel mio dormitorio pauroso
stando poco adattata
e non frequentando
saloni in similoro ma piuttosto
furgoncini mogi mogi e poco funzionanti
ecco sì, una confraternita
con un forte ago per le
cuciture di questa mia schiena
squadernata che mi esce l’anima oggi
lasciando me zampettare senza
un valido scontrino d’amore
che quando sto senza
erbacce nel cuore sto come premiata
tutta contenta e senza cornate nel petto
o bidonate del solito pilato che
torna con mani lavate, quando
la mia testa poggia
diretta nel cielo fissa alla polare splendente
e non come ora che un mago guastatore
ha fatto brioches di quel mio fiume d’oro.
E come ridevo, ve lo ricordate come ridevo?
Prima ero una forte cosacca, una ballerina vera
e non me lo spiego il passato remoto
Del bene e del bello.
Una confraternita buona, senza bagarinaggio
e dure bastonate, con focacce e
matite colorate
e una parola per sempre
convalidata e sicura
che ogni mezzacartuccia di questo
mondo faccia la definitiva trasferta
e un gran paradiso io voglio nel cuore
e fuori del cuore.
Mariangela Gualtieri, Senza polvere senza peso, Einaudi, 2006.
*
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Etichette: bioflavonoide
Sfera
Una forma ideale, affidabile,
informata ai confini del metafisico,
non meno elastica della gomma
rimbalza lungo la direttrice
cronologica della storia lineare
stupendoci per la lunga
gittata temporale delle idee
così ispirate alla balistica.
Soltanto la sfera
nella sua uniformità
poteva riflettere
il ritratto della monade,
effettuare rapide inversioni di marcia
con imprevedibili traiettorie,
lasciarsi colpire di contro balzo
dai nemici del progresso.
Apparire nel Giardino delle Delizie
di J. Bosch;
farsi labirinto sferico nel gomitolo
inseguito dal levriere giocoso
sulla tela del Carpaccio;
prendere il posto del sole nel
Cenotafio a I. Newton di E.L. Boullée;
perfezionare il ciclo degli adattamenti
tornando a essere “Frutto Proibito”
nell’orticultura di René Magritte.
Valentino Zeichen, Poesie (1963-2003), Mondadori, 2004.
*
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Etichette: granulato
Camera oscura
(…)
Mi aveva preso
un senso un po’ smarrito
di disdetta e di stupore
alla scoperta
che uno non trovi
mai il posto
che gli spetta
e non riesca a
stare a una misura.
Ed è finito, per me,
in sospeso il fatto
che vivere sia come
scoprire qualcosa
di interdetto
e di proibito,
che tutto nasca e
cresca di nascosto,
che avvenga insomma,
sì, nella paura.
Paolo Ruffili, Camera oscura, Garzanti, 1992.
*
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Etichette: acidotartarico
Figura del paladino
La mia storia di prode
Sui portelli dei carri rusticani
La puoi leggere ancora,
se ne parla d’estate.
Come Buovo d’Antona
ho vinto senza spada,
ho riso nella piazza
con una fascia rossa alla cintura.
Come Buovo d’Antona
m’hanno fatto un incanto,
dormo sul petto e non mi so svegliare,
sono tradito e non saprò da chi.
Gesualdo Bufalino, L’amaro miele, Einaudi, 1989.
*
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Etichette: principioattivo
Che lo riconosca o no
È sempre lo stesso volto,
qualche volta mi fa l’effetto
della mia mano poggiata sul tavolo:
pare di un altro. E non è
che il prezzo d’essere ancora vivo,
lo so e pago felice
che non ci siano ripensamenti
mentre osservo nello specchio
l’ombra dietro la finestra di un vicino.
Ermanno Krumm, Animali e uomini, Einaudi, 2003.
*
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Etichette: saccarinati
Postille
Il poeta… C. Z.,
stanco della vita mondana,
non sognò più che una mèta:
la vita tranquilla.
E si ritirò
in una sua bellissima villa
in Toscana.
Solo, colla sua servitù,
si rinserrò là dentro
per non uscirne più.
I suoi servitori
vestivano, a festa di dentro,
a lutto di fuori.
A lato del cancello,
al posto del solito cartello
e del solito nome col solito campanello,
vi fece murare, come coi morti s’usa fare,
una lapide bianca, di marmo,
su cui era scritto così:
Qui vive
sepolto
un poeta.
E vi si seppellì.
Ma il giorno seguente
due camerieri
accorron dal loro signore
affannati e stravolti.
- Che c’è?
- Signore!
- Signore!
- Sapete?
- Sapete?
- Che cosa?
- Là fuori, al cancello…
sul marmo ov’è scritto: qui vive,
sapete? Accanto alla parola: poeta…
C’è scritto…
- C’è scritto?
- Una brutta parola signore.
- Sentiamo.
- C’è scritto… imbecille.
- Oh!... Dio…
(Sarà forse passato
un mio compagno antico,
qualche collega, qualche vecchio amico)
Restate tranquilli,
non son che… postille…
- E sotto, piccino, piccino,
c’è scritto: cretino.
- (Ormai giunto alla mèta
non voglion risparmiare
neppure l’ultimo verso
al povero poeta)
Restate tranquilli,
non son che postille,
lo scrivon più o meno a tutti i cancelli
di tutte le ville.
- Signore!
- Signore!
- Avanti, sentiamo.
- In grande su in cima,
vicino a: qui vive, c’è scritto: un pazzo,
e dopo la parola: poeta, c’è scritto: del cazzo.
- Postille! Postille!
- E dopo: coglione,
c’hanno scritto col carbone.
Vivo o morto è lo stesso,
caro poeta,
sarai sempre un fesso.
- (E’ l’eco del mondo dove più non vivo,
Sono i vari pareri sul libro che non scrivo).
Restate tranquilli v’ho detto.
- Nell’angolo in lapis violetto:
Quale insperata mèta!
un manicomio sì grande,
per sì piccolo poeta!
- (Postille al frontespizio
del libro che non scrissi,
dell’ultimo poema
che solamente vissi)
- Buffone!
- Ruffiano!
- Maiale!
- Dopo la parola poeta.
- Benone!
(Mi giungono le voci quassù
come se leggessi il giornale
che non leggo più)
- Stupisci o passeggero!
Per un pazzo solo
Un manicomio intero!
- Questa è la tomba
del poeta bomba.
- E in lapis copiativo…
- E in lapis copiativo?
- Pederasta passivo.
- Ma bene, benone!
- Dovranno lavare col sangue
gl’insulti, i signori passanti!
- Sapremo appostarci e col nostro pugnale
ficcargliela in gola,
ad ognuno,
la propria parola.
- Pianino, pianino ragazzi,
pianino col sangue!
Tenete la chiave dell’armadio grande,
prendete il bacile d’argento
a putti e ghirlande,
(serviva a nettare le labbra e le dita
dei convitati alla fine dei pranzi
quando il poeta era in vita)
dell’acqua, una spugna,
ed ogni mattina,
nella vostra opera di pulizia
il primo lavoro sia quello:
lavare bene bene la lapide al cancello,
senza sgarrare,
non c’è altro da fare.
- Col sangue
dovranno lavarla i passanti!
- Col sangue!
- Mi sembra che l’acqua
sia un lavacro più spiccio,
col sangue, miei cari,
finireste per fare
un curioso pasticcio.
- Vigliacchi! Sfregiare una tomba!
- Insultare un sepolto!
- Lo sanno lo sanno
che sotto quel marmo c’è un morto che ode,
non spunterebbero il lapis con tanto affanno,
o avrebbero lode;
i morti, di solito, li lodano molto
o li lasciano in pace;
prima della parola: sepolto,
là fuori, c’è scritto: qui vive, non giace.
Già i morti di fronte,
giganteschi santi
dai manti turchini
che gli scendono giù ampi
in morbidi inginocchiamenti,
s’apprestano a cingere l’aureola abituale,
e immobili nei loro inchini
aspettano il passaggio del sole.
Tremulano nell’aria
Gli ultimi gorgheggi degli usignoli.
I rami sporgenti dai muricciuoli
scuotono rosei fiori
sulla via bianca polverosa
della campagna silenziosa.
Due servitori in livrea di strettissimo lutto
aprono un grande cancello.
E con spugna e bacile
lavano bene bene un cartello di marmo
dappertutto.
Guardan dipoi su e giù per il viale
a dritta e a manca
prima di rientrare:
“la lapide è bianca,
signori passanti,
la vostra parola ci manca,
avanti! avanti!”
Aldo Palazzeschi, Poesie, Vallecchi, 1925.
*
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Etichette: principioattivo
9 novembre 2007
Così va la vita
Quanti guasti
quanti strappi
quanti buchi tra le sue maglie
e non una toppa.
Non si rammenda e non si aggiusta
non è una camicia,
usata la si butta.
O si rinnova.
Come un abito
tagliato su misura
ha bisogno di più prove.
Nelo Risi, Poesie scelte (194-1975), Mondadori, 1977.
*
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Etichette: isomaltosio
8 novembre 2007
Quel che mi è rimasto nel gozzo
è lo scalmo del mozzo.
*
Il concetto:
“il perdono dei tuoi genitori”.
Io, volevo dire: ho da tempo perdonato i miei.
*
Il concetto:
"il Destino".
Mi si ficca in gola un uncino.
*
Cara Lola, ti avrei amata.
*
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Etichette: polietilenglicole
Il fuco
Non posso scrivere niente sulle donne che generano figli da tenere in ostaggio.
Non posso trattare degli assegni di mantenimento come fossero termini di riscatto.
Non si può sempre scrivere dei rapimenti veri.
Beh, poco male, volevo infatti parlare degli uomini che si comprano le motociclette.
Non posso dire però che una motocicletta costa più di un figlio.
E nemmeno niente su coloro i quali, per vivere ancora cercano sostitutivi a due ruote sui quali pattinano velocemente verso la ferma convinzione che la Libertà Ritrovata si debba concretizzare nella esibizione di una fattura attestante i costi sostenuti per il mantenimento della moto.
Non posso farlo, non mi entra la punteggiatura.
E' roba brutta.
*
Potrò dire che è forse più facile trasferirsi in Brasile.
A Cuba, si sa, è cosa nota, una fidanzata costa 1 Euro per tutto il giorno.
In Brasile, i mariti ci vanno per sposarsi un’altra volta.
Mi diceva:
-“In Brasile si balla tutto l’anno. Non lo so se poi ritorno.”.
*
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Etichette: anetolo
Il perdono non è contemplato
Ognuno è responsabile delle proprie azioni e se qualcuno opera un torto a un altro, si dovrà aver cura dell’essere agente, non della sua azione che, malvagia, dovrà essere condannata.
*
-“Signora Nonna di Jou-rjo T., questa è una cosa davvero difficile”
-“Retribuzione di maligno è Grande Male. Sviluppa compassione.
Leva da vilup-pòo. Giudizio è fascina, brùucia."
abbasso gli occhi, mi studio la punta della scarpa, lei aggiunge:
-“Se cosa è facile, fa’. Se cosa è difficile, preéga.”
*
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Etichette: ricircoli
Sempre aspetta il mio sangue
Sempre aspetta il mio sangue. È lui che fissa il convegno.
Al buio, bella posta, vuole di più, vuole amore.
Senza te non son nulla, mondo. Di te ha bisogno
La cima della cima in silenzio: il mio stupore.
Jorge Guillén, Opera Poetica – Aire Nuestro, Sansoni, 1972.
A cura di Oreste Macrì.
*
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Etichette: bioflavonoide
7 novembre 2007
Qui non emerge niente
Non mi giungono più Tue notizie,
è tanto che aspetto, mi sorprendo a pensare.
Le gaggie e calendule vengon su bene ma è una grande illusione
innalzare un recinto fantastico ove rinchiudere affetti ed amori,
perché siano al riparo, sicuri dal fuori.
Mi è dispiaciuto non poter assistere al tripudio delle menti di
tanti giocolieri, ma il ponte è crollato, si è aperta una falla
e l’acqua ha inondato le piantagioni e i percorsi.
Ho il cuore che piange – scrivevo, ma ahimè – il lirismo risuona
tanto drammatico quanto un ironico cotoneastro.
Bisogna azionare i globi oculari, mi dico e ripeto,
guardare all’inoltre, quello che oggi distrugge sarà domani
un mondo senza più lutti e né grucce.
Ci credo e dispero, lo stato, l’essenza dell’essere umano,
sai dirmi l’istante in cui svela se stesso, e dimmi, davvero
il miracolo avviene in quelle foreste che nominavi dell’Immaginifico Mistico?
Beh, insomma, è tutto successo quanto anche Arajuna Cobrowsji dopo
aver assoldato una brigata di bagagli parlanti è partito,
blaterando di voler sconfiggere il prossimo inverno, lassù,
oltre i picchi più in alto dell’aquile.
Ci eravamo accampati alle falde del monte e intenti
a vagheggiare il paesaggio non c’avvedemmo
dei pistilli versati nell’acqua.
Fu scroscio.
*
A quel punto fu chiaro: dovevamo avanzare, spostarci,
lasciare il posto e le pezze a chi risvegliato dal vecchio letargo
raggiungeva alfine le sponde, eppure avremmo voluto ancora indulgere
lieti nel contemplare le frizzanti cascate, procrastinare il momento,
sai, come quando tra i rami ammalianti del bosco, il genere umano divina
di alcuni tra i futuri migliori.
Ricordo che nella lacerante simiglianza del crollo andavo mormorando filastrocche:
abbarbicata al manico d’ombrello che impedirà
il mio sfracellamento al suolo largo e bello
Che fare – mi dicevo in sconforto – precipitare ancora nel vuoto senza fine o sollievo?
Affrontare lo strappo reagendo all’evento?
O aggrapparmi alla veste di un altro perché laceri le trame e gli orditi?
Che fare? Mi manchi.
Ed è un solco che apre le onde, Amico mio grande.
*
Ho il cuore che piange, l’impresa si palesava
impossibile e un vento dubbioso ci fluttuava all’intorno sobillando tristezza,
un’infinita tristezza che ora comprendo, pur tanto placava se stessa sollevando
le ali di un’angoscia compressa.
Di poesia ci si ammala e si muore, raccontava il Viandante,
mentre io mi dolevo dell’Altro, di Arajuna, il mancante.
Credevo puerile e ingenua arrogante che esistesse un solcato in chi sa quali percorsi stellari, un tracciato di fondo, un limite massimo che ancorasse l’abisso, ma se vi è, ancora non scorgo le intraverse montagne, vedo schiume e poi altri ritorni.
*
C’è un’aria un po’ mesta, non finisce la guerra, passa il tempo e nemmeno un
ingaggio, ma tu non aver mai paura di mostrarti infedele o coltivare la barba,
nel greto dei nostri destini siamo uni mai trini, ma, pur ben so, lo comprendi,
nessuno nuota assai troppo a lungo nel largo.
E poi, in fondo confesso che non era poi così facile la vita, in quella metropoli.
Ricordo che spesso mi sono scoperta a rimestare la mente rispondendo a me stessa:
Qui non emerge niente.
Non è per me, non m’appartiene questa vita da isolana, trovo sempre qualcuno
che nasconde una bara sotto tumuli di gusti e rifiuti, incappo sovente in
qualche terrazzo di falso avventore, che in agguato dietro mucchi di rovi,
è pronto a dare spintoni e molestare con malsana isteria qualunque specie di
passante, osti panciuti.. molli albicocche..
Comprendimi, la vita allo Specchio è sempre lo scoglio.
*
Ma del futile e giornaliero, dimmi, non trovi gioia nel deliziar comune
di tua nazione?
E riguardo all’insegnamento del saggio che conosce le Tre Esistenze della Vita,
manifesto in questa grata la mancanza di progresso, perché numero sempre i cerchi
nell’acqua, ma proprio non mi riesce di risalire alle date.
E Tu? Hai poi mutato il destino?
*
Quindi, butto all’aria vezzi e monili e al pari di Ermengarda, me ne rimango ben salda sulla vicenda o zattera, pronta e in procinto di andare a conoscere un nuovo miracolo che mi faccia un poco da corte, con Jurga, Baruda e Zimbaljet che strilla da ossesso: “Non correte balordi! Mi si incurva la groppa!”
*
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Etichette: autunno
6 novembre 2007
Cantare
Ma quando poi cominciammo a cantare
le buone nostre canzoni insensate,
allora avvenne che tutte le cose
furono ancora com’erano state.
Un giorno non fu che un giorno:
sette fanno una settimana.
Cosa cattiva ci parve uccidere;
morire, una cosa lontana.
E i mesi passano piuttosto rapidi,
ma davanti ne abbiamo tanti!
Fummo di nuovo soltanto giovani:
non martiri, non infami, non santi.
Questo e altro ci veniva in mente
mentre continuavamo a cantare;
ma erano cose come le nuvole,
e difficili da spiegare.
3 gennaio 1946.
Primo Levi, L’OSTERIA DI BREMA, All’insegna del pesce d’oro, 1975.
*
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Etichette: microcristallini
5 novembre 2007
Considerazioni
-“.. e poi, la nuova fidanzata di mio marito, c’ha pure la cellulite!”
Sorridiamo.
*
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Etichette: acidoialuronico
La compassione
"La povera Kisa Gotami andò ora di casa in casa, e la gente aveva compassione di lei e diceva: “Ecco dei semi di senape; prendili!”. Ma quando ella chiedeva: “E’ morto nella vostra famiglia un figlio o una figlia, un padre o una madre?”, essi le rispondevano: “Ahimè! I vivi sono pochi, ma i morti sono molti. Non ricordarci il nostro più profondo dolore”. E non v’era casa dove non fossero morte delle persone care. Kisa Gotami divenne stanca e desolata, sedette sul ciglio della strada, guardando le luci della città, che si accendevano tremolanti e si spegnevano di nuovo. Infine l’oscurità della notte regnò in ogni luogo. Ed ella considerò il destino degli uomini, e le loro vite che si accendono tremule e poi si spengono. E pensò tra sé: “Come sono egoista nel mio dolore! La morte è comune a tutti; pure, in questa valle di desolazione, c’è un sentiero che conduce all’immortalità colui che ha abbandonato ogni egoismo”.
Scacciando via l’egoismo dal suo affetto per il proprio bambino, Kisa Gotami fece seppellire il cadavere nella foresta.”
Pensieri e massime del Buddha, a cura di Gabriele Mandel, Mondadori, 1967.
*
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Etichette: aquileepicchi
Capitolo trentaquattresimo
“Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale; quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era solo il suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, chè, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.”
Alessandro Manzoni, “Promessi sposi”.
*
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Etichette: intramontabili
4 novembre 2007
da Giovane è il tempo
Se hai premuto nel sogno
la mano contro il mio petto
una orgogliosa cavalla
s’impenna
vuole libere strade
e sterminate pasture
Lalla Romano, Poesie, Einaudi, 2001.
*
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Etichette: principioattivo
Il sogno
Se ancora desideri incontrare
chi non hai mai conosciuto
puoi aspettare un’ora qui
al confine.
La sera è fredda
E la notte si fa buia.
Di qui passano tutti,
e se anche camminano
con il capo piegato,
devono alzarlo alla luce violenta
delle lanterne delle guardie di frontiera.
E quando lo sconosciuto giunge,
tu vuoi riconoscerne il volto
dalla sua stanchezza e dalla sua forza,
tu vuoi riconoscerne le mani
dal modo in cui esse si congiungono l’una nell’altra
dal modo in cui esse si modellano ad una coppa
al fine di porgerti ciò
di cui tu sei assetato.
Tu non vuoi poter gridare,
tu non vuoi poter bere,
ma soltanto sapere
che tutto ciò che hai sognato è vero.
Astrid Tollefsen, in “L’altro sguardo”, Antologia delle poetesse del ‘900, Mondadori, 1996, a cura di Guido Davico Bonino e Paola Mastrocola.
La traduzione della poesia è di Renzo Pavese.
*
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Etichette: bioflavonoide
Ti guardo
2
“C’è
sempre qualcuno che ci assomiglia
da qualche parte”
disse la piccola prostituta
sorridendo sicura
guardando la finestra
come se stesse vedendo
il suo sogno
simile a un albero carico
di frutti.
Maram al-Masri, in “Non ho peccato abbastanza”, Antologia di poetesse arabe contemporanee, Mondadori, 2007.
A cura di Valentina Colombo.
*
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Etichette: magnesio
2 novembre 2007
Il progetto
È un medico pediatra, ha 83 anni.
Specializzato in malattie del sistema respiratorio.
Non ha altri passatempi.
-“Curare gli altri è stata ed è, tutta la mia vita” e aggiunge:
-“quando andrò in pensione, inizierò a viaggiare.”
*
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Etichette: panacèa
era qui:
La maschera del cattivo
Alla mia parete è appeso un intaglio giapponese,
maschera di un cattivo dèmone, laccata d’oro.
Pieno di compassione io guardo
Le vene gonfie della fronte che provano
Quanta fatica costi la malvagità.
Bertolt Brecht, Io Bertolt Brecht, Avanti, 1962.
A cura di Roberto Fertonani.
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Etichette: isomaltosio
La riserva
Se vuoi cominciare a mutare
sciogli la riserva. Non essere più
il signor Si Però. Abbi la certezza,
impara a scegliere, non abbi dubbio,
ricordati che l’alternativa è finzione
della mente a se stessa,
tu credi di essere in giostra,
ma il tuo interesse ha già fatto
mostra di scelta. Tu hai troppo
bisogno di sogno del dubbio, se andare a
Montalcino o a Gubbio. Rinunciare
al dubbio è come rinunciare
a se stessi. Rinuncia a te stesso.
Considera smesso l’abito sempre
nuovo. L’incertezza fertile è detta
se cose nuove di certezza detta.
Ottiero Ottieri, Tutte le poesie, Marsilio, 1986.
*
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Etichette: acidocitrico
1 novembre 2007
74.
Arrivo in paradiso. Un angelo fulvo mi chiede:
“Come hai fatto a vivere con quella cosa aperta,
con quel buco?” Che dirgli, così di contropiede?
Che mi ero abituato, benché stessi all’erta?
Che la portavo con orgoglio e ci scherzavo
quando non mi assaliva la gogna del lutto,
la turpe e senza respiro disperazione?
Che facevo finta di niente, perché dopo tutto
quel male aveva piedini burleschi?
È che un tragico è sempre un buffone:
cessato di piangere sulla sua geènna,
sulle putride croste dei suoi guidaleschi,
si muta in pagliaccio e folleggia
con quella cosa aperta, con quella caverna,
con quel nòcciolo di ciliegia.
Angelo Maria Ripellino, LO SPLENDIDO VIOLINO VERDE, Einaudi, 1976.
*
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Etichette: croscarmellosa